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Editoriale di Enzo Raisi*

Ha creato molto scalpore l’annuncio da parte della società francese Gl events, detentrice del marchio Motor Show, dell’annullamento della famosa manifestazione fieristica sui motori.
Personalmente l’ho trovato invece scontato.
Già l’anno  scorso ebbi l’occasione di incontrare i rappresentanti  della società francese che mi illustrarono le difficoltà a presentare l’edizione 2012  del Motor show e, non essendo cambiate le condizioni rispetto ad allora, mi sembrava logico e lineare lo stop poi puntualmente annunciato.
Ma perché si e’ arrivati alla cancellazione di un evento fieristico conosciuto nel mondo e appuntamento importante per centinaia di migliaia di appassionati dei motori?
Vi sono fattori determinati dal settore specifico in cui operava quella manifestazione.
Non c’è dubbio infatti che  la crisi del settore del settore automobilistico e del motociclo abbia  portato a cutting di costi aziendali facilmente prevedibili, tra cui quelli di marketing e quindi anche fieristici.
Vi sono poi problematiche, a mio parere più importanti, invece legate alla fiera di Bologna, azienda importantissima per il territorio, forse la prima fra ricavi diretti e indiretti ( alberghi, ristoranti, commercio e servizi in generale ) che vengono da lontano.
La miopia dei vertici locali della politica, ma anche del mondo  associativo imprenditoriale, che hanno sempre pensato che la fiera di Bologna fosse una gallina dalle uova d’oro,  ha impedito di comprendere che la globalizzazione cambiava il sistema fieristico mondiale e che la grande realizzazione della fiera di Milano avrebbe ucciso il suo diretto competitor , ossia Bologna, perché ormai  c’è posto in Europa solo per due o tre grandi sistemi fieristici importanti.
Questa miopia ha portato a zero investimenti in termini infrastrutturali a cominciare da servizi essenziali come i trasporti pubblici diretti dalla fiera alla stazione ferroviaria o all’aereoporto e proprio questi clamorosi ritardi sono forse l’esempio piu’ clamoroso della carenza in termini di servizi a sostegno della Fiera di Bologna.
Una miopia di vedute che ha portato a  fare solo  qualche padiglione aggiuntivo, in una struttura compressa com’e la Fiera di Bologna oggi,  che doveva trovare invece una nuova collocazione, come dimostra la fiera di Milano, per facilitare collegamenti e servizi.
Last but not least,  una politica regionale fieristica a dir poco suicida, che prevede una fiera in ogni provincia con un dispendio di risorse economiche  fuori da ogni logica razionale e di buon governo.
Nel  mondo, grazie alla globalizzazione e ai grandi cambiamenti in termini di comunicazione e di marketing commerciale,  si e’ ridimensionato notevolmente il valore della fiera in quanto tale, sempre meno indispensabile come  strumento di vendita diretta dei prodotti o per la  penetrazione dei mercati.
A  Bologna invece di prevedere e rispondere a queste evoluzioni epocali,  si e’ optato per il mantenimento dello status quo. L’ordine di scuderia era: tutti fermi.
In compenso si sono persi anni per una privatizzazione di facciata, in cui le associazioni di categoria hanno dato il peggio di se’, contendendosi tra di loro e con il pubblico le quote azionarie di una azienda fieristica che nel frattempo stava diventando moribonda.
Esattamente il contrario di ciò che avveniva in Lombardia, dove si decideva la costruzione della nuova fiera di Milano e si legava tutto il futuro del sistema fieristico regionale attorno a questo grande ed innovativo progetto.
Era tanto chiaro quello  che stava accadendo, che un imprenditore avveduto come Cazzola  senza farsi tanti problemi e con grande fiuto degli affari, vendeva il suo marchio Motor show, fintanto che era appetibile, ai francesi di Gl events, studiando  nel frattempo un nuovo progetto con Milano fiera per realizzare là  – così si dice – il nuovo Motor show.
Ma il Motor show ha solo anticipato ciò che a breve succederà , se non si prendono decisioni capaci di invertire seriamente la rotta, per Linea pelle, il SAIE e il Cersaie,  ossia le ultime tre grandi manifestazioni fieristiche rimaste a Bologna. Se si rimane fermi sarà  solo questione di tempo.
Ma cosa ci si poteva aspettare da dei soci che da una parte nominavano presidenti di immagine ma di poca presenza, come Montezemolo, e dall’altra direttori con carriera solo nelle locali associazioni di categoria?
L’unica cosa che hanno saputo fare,  in nome di una idea  di internazionalizzazione d’impresa discutibile, è stato quella di acquistare quote azionarie di fiere in Asia:  forse proficuo in termini di entrate, ma nullo in termini di rilancio della Fiera di Bologna e sopratutto in termini di ricaduta sul territorio.
Le scenario che abbiamo davanti è desolante, perché porterà ad altri addìi annunciati di manifestazioni fieristiche, un conto di bilancio sempre piu in rosso  e una ricaduta economica pesantemente negativa sul territorio.
Che fare?
Bisogna ripensare completamente alla mission della fiera di Bologna, probabilmente ad un investimento che ne preveda lo spostamento in una nuova sede con adeguati collegamenti di trasporto e una convergenza di tutte le risorse regionali unicamente su Bologna onde evitare inutili dispersioni.
Una mission nuova magari guardando al successo di Arte Fiera, che non è una vera e propria fiera intesa nel senso classico del termine, ma un grande evento che coinvolge tutta la città, un modello che ha dato risultati positivi e sempre in crescita.
Altri eventi simili andrebbero pensati  in campi come l’alimentare o le nuove tecnologie.
Il Futur show ad esempio, fu una buona intuizione, forse sviluppata male, ma sicuramente una idea lungimirante.
Ma per fare tutto ciò ci vogliono manager creativi, con esperienza internazionale, che respirino e comprendano i grandi cambiamenti epocali che stiamo vivendo nel mercato internazionale.
Pensare che tutto questo possa partorire – con tutta la stima e la simpatia personale che ho per lui- dalla mente di un un ex sindacalista divenuto amministratore locale e oggi presidente della fiera, mi sembra non una impresa ardua, ma impossibile.
D’altra parte la Fiera di Bologna è solo la punta di un iceberg,  la città di Bologna è ormai una realtà economico-produttiva, ma anche sociale, amministrativa e culturale  in forte crisi,  che non sa più esprimere quelle eccellenze che in passato ne hanno fatto un modello da imitare non solo in  Italia.

* L’autore è politico e imprenditore bolognese. Con Alleanza Nazionale è stato assessore alle Attività Produttive del Comune di Bologna.

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2 thoughts on “Fiera di Bologna, una crisi annunciata

  1. Trovo che Raisi abbia ragione a denunciare un provincialismo dovuto più a scelte di galleggiamento consociativo che a reali limitatezze della Fiera bolognese. E se la dirigenza della Fiera la andassimo a scegliere all’Università, prendendo dai ragazzi più svegli?

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