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E dopo l’attivista birmana Aung San Suu Kyi voglio sognare l’impossibile: una laurea honoris causa a un imprenditore terremotato.

La facoltà? Una qualsiasi disciplina di guerra perché in un’Italia (e una Regione) che ha voltato loro le spalle meritano il riconoscimento di capacità militari nella battaglia quotidiana contro fisco, burocrazia, Stato opprimente, rimborsi mancati e costi esorbitanti, per lavoro ed energia in primis.

La leader dell’opposizione birmana avrà dato voce al dissenso, con indubbio coraggio, ma vogliamo parlare di chi ha lavorato giorno e notte per salvare migliaia di posti di lavoro e oggi ancora attende i soldi dovuti? In un’ipotetica graduatoria di merito sento di dover inserire nei primi posti gli ‘eroi di casa nostra’.

Gente che ha tenuto i nervi saldi, che non ha chiesto niente, che ha delocalizzato all’aperto, che se le è inventate tutte pur di non fermare la produzione. E in tutto questo, a 17 mesi dal sisma, la Regione ha materialmente erogato – sì e no – circa il 3 per cento dei contributi disponibili.

La favoletta del modello Emilia la vadano a raccontare a qualcun altro. In questa terra vedo solo grande sudore e fatica, mai ricompensato.

Per questo almeno una – simbolica – laurea honoris causa a chi ha salvato lavoratori e fatturato vogliamo riconoscerla? Sarebbe un bel segnale da parte dell’università, un riconoscimento ‘a chilometri zero’. Giusto per ricordarci che gli eroi non sono solo in casa d’altri. Ma anche per evidenziare che, nascosti ai riflettori, ci sono migliaia di persone che lavorano nel silenzio. E fanno grandi cose. Se l’Italia, nonostante la politica, va avanti, è per merito loro.

E se non vogliamo scomodare le discipline di guerra, direi che almeno un attestato in problem solving i nostri imprenditori e artigiani se lo sono meritati. Siamo sicuri che se molti di loro fossero nelle centrali di comando di Roma o Bologna le cose andrebbero sicuramente molto meglio per tutti.

Filippo Manvuller

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