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Parliamo di ricette legate al maiale e di quanto siano economiche? Quasi. Parliamo dell’unico problema vero di cui dovremmo stare a dibattere fino allo sfinimento, litigando, urlando, sbattendo la scarpa sul tavolo finchè una soluzione non si trova: il problema del lavoro e dei diritti mandati in vacca, porca miseria!

Il post diventa molto zoologico per cui chiarisco che “Porca miseria” è il titolo dell’iniziativa che oggi pomeriggio i ragazzi del Coordinamento universitario e gli studenti e studentesse delle superiori di Libera organizzano in zona universitaria per promuovere la campagna di Libera e del gruppo Abele “Miseria ladra”.

(le tre righe di definizione dei partecipanti sono lunghe, lo so, ma è la scuola italiani che ci fa diventare prolissi….continuate a leggere che merita)

Scrivono i ragazzi del coordinamento: I dati Istat sono drammatici: nel 2012 più di 9 milioni di persone sono in condizioni di povertà relativa mentre quasi 5 milioni si trovano in povertà assoluta. Non c’è più tempo per aspettare capricci, dubbi e astensionismi dei tanti governi che si sono succeduti. Chi si trova in questa situazione non ci è giunto per caso. Le condizioni di povertà in questo paese non solo violano i principi di equità e solidarietà ma minano nel profondo la coesione sociale e la natura della democrazia.
La crescita dei tassi di disoccupazione, la fragilità portata dalla precarietà insieme ad un alto tasso di abbandono scolastico e al calo delle immatricolazioni mostrano come il nostro Paese non solo ristagni nella crisi e non sia in grado di offrire un futuro alle nuove generazioni, ma anche come la retorica dell’individualismo, della meritocrazia ed i principi neoliberisti siamo totalmente incapaci nel fornire risposte adeguate.
La povertà ristagna nelle politiche del lavoro adottate negli ultimi decenni, nel neo schiavismo imposto ai migranti e alle fasce deboli, nell’università escludente, nei tagli al diritto allo studio, nei ragazzi che abbandonano la scuola in cerca di lavoro e che troppo spesso finiscono nelle fila della criminalità organizzata. La povertà sta nella devastazione dei territori, nei diritti umanitari negati, nei Cie e nella sottomissione della cultura e del sapere, da strumento di emancipazione e ingrediente della democrazia a merce privata”.

Sicomme di dibattiti pubblici soì non ne organizza nessuno, ma proprio nessuno, consigliamo di andarci… Oggi, lunedì 4 novembre dalle ore 17.00 in aula 3 in piazza Scaravilli  2,

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One thought on “Porca miseria!

  1. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

    Siamo stati abituati negli anni a vedere il fenomeno della povertà come un qualcosa di distante, lontano che si affacciava nella nostra quotidianità solo attraverso le immagini delle pance gonfie di bambini africani o dei vestiti sporchi dei mendicanti a cui con fastidio, a volte, abbiamo dato qualche moneta.

    La miseria, la privazione sono condizioni che nelle nostre famiglie erano relegate nella memoria e nei racconti di tempi ormai remoti; i nostri genitori ci hanno trasmesso la ferma convinzione che, come loro ebbero avuto la possibilità di raggiungere un livello di benessere superiore a quello dei loro padri, lo stesso sarebbe stato per noi.
    Ci hanno continuato a ripetere che se avessimo studiato, se fossimo riusciti a fare meglio degli altri, insomma se avessimo perseguito con tutte le nostre forze e energie il nostro piccolo benessere individuale allora non solo lo avremmo raggiunto ma, nel farlo, avremmo aiutato anche tutti gli altri.

    Le promesse e le speranze alimentate dal mito del progresso occidentale e della globalizzazione ci hanno fatto crescere con l’idea che la povertà era un problema marginale, destinato a diminuire se non a sparire : presto o tardi anche quei bambini con la pancia gonfia avrebbero potuto mangiare un Big Mac al Mc Donald e se ancora esistevano mendicanti dai panni sporchi, si vede che preferivano mendicare a lavorare.
    Ci hanno insegnato a non vedere la miseria che avevamo sotto agli occhi, a ignorarla o rinchiuderla in schemi mentali o spesso fisici che ce la facessero percepire come remota, distante.

    La crisi economica ha tolto il velo a molte delle mistificazioni e delle illusioni su cui negli anni è stato costruito un alibi per le tremende disuguaglianze e le pesantissime ingiustizie su cui poggia la nostra società.
    E’ assolutamente fuorviante dare alla crisi la colpa della condizione profondamente diseguale in cui versa il nostro paese; la crisi ha solo sollevato il coperchio e ha pian piano trasformato molte delle convinzioni su cui ci eravamo adagiati, in dubbi e poi in assoluta certezza che lo stato di miseria in cui sembra affondato il nostro paese sia un tema di rilevanza centrale non più rimandabile.

    Siamo fermamente convinti che le forti ingiustizie e le disuguaglianze a cui stiamo assistendo non possano essere relegate a un dato temporaneo, congiunturale e non possano essere affrontate solo con interventi tampone, effimeri pulitori di coscienza.
    Pensiamo che le ragioni vadano ricercate molto più in profondità, in una serie di storture economiche ma anche sociali e culturali che la nostra classe politica ( e il complice silenzio di molti ) non solo ha assecondato ma spesso alimentato.
    Le politiche portate avanti negli ultimi 20-30 anni hanno mirato a impoverire e intaccare larga parte del sistema di welfare e delle tutele che, nelle intenzioni dei padri e delle madri costituenti, dovevano essere la premessa fondamentale per la costruzione di un sistema-paese più equo e più giusto.

    Si è deciso di reagire alle sfide poste dai cambiamenti profondi che hanno investito il mondo con l’avvicinarsi del nuovo millennio, con la cancellazione di diritti acquisiti in anni di mobilitazioni, con la destrutturazione delle istituzioni che avevano permesso allo Stato di ritagliarsi un ruolo nella lotta alle disuguaglianze e alla povertà.
    Questo ha prodotto un impoverimento materiale per una parte sempre più cospicua della popolazione ma contemporaneamente anche un impoverimento culturale e un imbarbarimento sociale che non possono non riguardare tutti, al di là della condizione economica.

    Oggi, a nostro avviso, la dimensione della povertà và oltre le fredde cifre e le percentuali dell’ISTAT e sconfina in un enorme problema sociale che investe una fetta della popolazione molto più ampia di quella descritta nelle statistiche.

    Lo stato di precarietà a cui sembriamo tutti inevitabilmente destinati ci fà avvertire le nostre esistenze come misere, ci priva della possibilità di pensare con serenità al nostro domani, ci rende difficile scegliere dove vivere, coltivare relazioni, ci impedisce di progettare con autonomia il nostro futuro
    Vivere in uno Stato in cui le ingiustizie, i privilegi, le violenze sono diventati un elemento connaturato alla nostra quotidianità mortifica i nostri sforzi, il nostro impegno; tradisce la fiducia che riponiamo negli altri e nella possibilità di ritagliarci, un domani, un lavoro onesto e dignitioso.
    L’inadeguatezza e la bassezza della nostra classe politica opprime la nostra voglia di cambiamento, ingrigisce i nostri sogni, frena le nostre speranze di un domani diverso e migliore.

    La miseria del dibattito pubblico odierno ci spaventa e ci spaventa che sia proprio questa classe politica a voler mettere mano in maniera tanto decisiva alla Costituzione; dopo averla per anni calpestata e denigrata ci hanno ormai impedito anche solo di immaginare in che Italia avremmo potuto vivere se fosse stata realmente applicata.
    Per questo abbiamo aderito alla campagna “Miseria Ladra” promossa da Libera e abbiamo deciso di rilanciare la mobilitazione – che ci ha portato in piazza il 12 Ottobre – a partire dalla dimensione che viviamo quotidianamente e dalle ansie e le preoccupazioni che avvertiamo quando rivolgiamo lo sguardo al nostro futuro e a quello del paese.

    Siamo fermamente convinti che il progressivo de-finanziamento dell’istruzione pubblica abbia portato all’impoverimento non solo delle condizioni materiali delle nostre scuole e delle nostre università ma anche del loro ruolo sociale.
    La scuola e l’università oggi sono lontane dall’essere un mezzo di abbattimento e superamento delle divisioni sociali ma anzi, sono diventate uno strumento di demarcazione tra chi può permettersi di proseguire gli studi e rincorrere i propri sogni e chi, invece, si trova costretto a non prendere minimante in considerazione l’idea di poter continuare il proprio percorso formativo.

    L’incessante aumento dei prezzi dei libri, del contributo volontario, l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie e degli affitti e il contestuale e fortissimo taglio ai fondi per il diritto allo studio, hanno determinato una situazione divenuta ormai insostenibile per un numero sempre maggiore di studenti e famiglie. Ciò ha prodotto tassi di dispersione scolastica e di abbandono dei processi formativi che rimangono pesantemente al di sotto della media europea e che contribuiscono in maniera rilevante a ingrossare il numero dei lavoratori in nero e sottopagati, se non direttamente le fila della criminalità organizzata.
    Il sistema di istruzione sembra essere stato ripensato in una ottica escludente in cui l’obiettivo non sembra più assicurare un livello di istruzione e di formazione che permetta a tutti di realizzarsi e costruirsi un pensiero critico, ma di selezionare i più bravi, i più meritevoli e espellere tutti gli altri.

    In questi anni ci siamo battuti fortemente contro le spesse barriere all’accesso – fatte di aumenti di tasse, di abbonamenti, di testi di ingresso ecc. – che venivano erette intorno alle nostre scuole e e alle nostre Università.
    Siamo stanchi di sentire parlare di merito in un paese in cui le disuguaglianze sono così marcate, così come siamo stanchi del clima di competitività a cui veniamo quotidianamente costretti nelle nostre classi.
    Non vogliamo più essere giudicati con dei numeri, non vogliamo essere misurati e ordinati in base alla nostra capacità di saper assorbire montagne di nozioni e risputarle fuori a un esame o a una interrogazione.

    Vogliamo che la scuola e l’università tornino non solo a essere luoghi aperti a tutti e tutte ma che finalmente siano riconosciuti come reali agenti di cambiamento della società tutta.
    Nei luoghi della formazione non si produce il futuro del Paese ma il suo presente, i modi attraverso cui leggiamo il mondo e le relazioni sono già la rappresentazione della società in cui viviamo e dei suoi legami. Si decide ora, nelle nostre classi, se la società è e sarà più o meno diseguale, se è e sarà in grado di costruire un futuro più equo e meno ingiusto.

    Per questo abbiamo deciso di aprire un processo di mobilitazione e confronto che sappia analizzare e sviscerare tutte le miserie della condizione presente ma che sia anche in grado di proporre con coraggio un modello nuovo di sviluppo e di vivere comune.
    Pertanto abbiamo organizzato per il 4 Novembre alle 17:00 nella aula 2 della Facoltà di Economia di p.zza Scaravigli, un incontro pubblico per provare a costruire collettivamente l’idea, le proposte e la pratica di un modello di presente e di futuro alternativo.

    Siamo convinti che per avviare un processo di cambiamento vero e profondo, non bastino le belle idee o le belle proposte, non basta l’impegno individuale ma sia necessario costruire un percorso collettivo quanto più largo possibile.
    Per questo vogliamo confrontarci con tutti gli studenti e le studentesse e con chiunque avesse voglia di provare a fare qualche passo verso il cambiamento insieme.

    Link Coordinamento Universitario Bologna

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