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di Gabriele Testi

Tutti o quasi se ne sono dimenticati, o fingono di non accorgersene, ma l’Unione Europea non è… sola. La EFTA, l’Associazione Europea di Libero Scambio fondata in alternativa alla CEE nel 1960 e dalla quale nel tempo sono progressivamente fuoriusciti Gran Bretagna (all’inizio fervente sostenitrice dell’intesa), Danimarca, Portogallo, Austria, Svezia e Finlandia, è viva e vegeta. E, soprattutto, seguita a concludere accordi commerciali e doganali con numerosi Paesi europei e del resto del mondo. Continua a lavorare, produrre e vendere. In una parola, seguita a prosperare.

Benché oggi sia limitata a Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein (tranne gli elvetici, che bocciarono le scelte del governo federale con il referendum del 1992, tre di queste Nazioni beneficiano comunque dell’accesso allo Spazio Economico Europeo come se facessero parte della UE), lo European Free Trade Agreement funziona benissimo e ingloba oggi gli Stati più facoltosi e dinamici d’Europa, quelli dal PIL più elevato e con le istituzioni politiche più stabili e rappresentative.

E tutto ciò è molto difficile da accettare, specie fra quei soloni della politica e quegli euroburocrati di Bruxelles che immaginano un Vecchio Continente “normalizzato” secondo i loro desiderata…

Sul piano emotivo, essa sembra quasi trasmettere una sorta di nostalgia per una Comunità Europea che non era vista, in origine, come un cerbero nemico dei cittadini, bensì come il giusto compromesso fra sviluppo economico e sociale, esigenze di bilancio e sovranità nazionale:

una meta che rappresentava il punto di convergenza delle aspirazioni di popoli martoriati dalla Seconda Guerra Mondiale anziché gli obblighi calati dall’alto dalla Banca Centrale Europea o dalla tirannia dello spread, tanto più che i Paesi rimasti residualmente parte della EFTA continuano a preferire franchi svizzeri, corone norvegesi e corone islandesi a una moneta unica che in più occasioni ha manifestato debolezze.

L’organizzazione ha sede a Ginevra e fu costituita il 20 novembre 1959 con la ratifica di Austria, Danimarca, Regno Unito, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera, allo “scopo di rimuovere gli ostacoli al commercio e promuovere una stretta collaborazione tra gli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, compresi quelli della Comunità Economica Europea”.

La Convenzione di Stoccolma entrò in vigore il 3 maggio dell’anno seguente, salvo essere successivamente ampliata a partire dal 2001 con il Trattato di Vaduz.

Nel 1961 vi aderì la Finlandia, nel 1970 l’Islanda, nel 1991 il Liechtenstein, ma la tendenza era destinata ad invertirsi. In concomitanza con il loro ingresso nella CEE, ne uscirono infatti successivamente danesi e britannici (1972) e portoghesi (1986). Dal primo gennaio 1995, dopo l’adesione alla UE di austriaci, finlandesi e svedesi, gli Stati membri si sono ridotti appunto a quattro (Islanda, Liechtestein, Norvegia e Svizzera), ma la loro scelta “isolazionista” pare dare buoni frutti rispetto a un’Europa immaginata a senso unico.

Le attività della EFTA, come facilmente verificabile sul sito Web ufficiale dell’istituzione (www.efta.int), possono essere raggruppate in tre grandi aree: relazioni fra i Paesi aderenti; azioni relative alla EEA (European Economic Association) o SEE (Spazio Economico Europeo), istituito il primo gennaio 1994, che prevedono la progressiva rimozione delle restrizioni ai movimenti di persone, merci, servizi e capitali tra membri della EFTA e della UE; accordi di libero scambio e di cooperazione economica con Paesi terzi, in particolare con i Balcani, il Vicino Oriente europeo, l’area mediterranea e l’America settentrionale e meridionale, anche se recentemente si è compiuto un importante passo verso l’India.

I Paesi della EFTA sono fra l’altro molto competitivi, economie aperte che rappresentano un mercato di dimensioni ragguardevoli con un forte Prodotto Interno Lordo pro-capite.

I due membri alpini – Liechtenstein e Svizzera – sono stabiliti centri finanziari e bancari internazionali e leader in diversi settori industriali, tra cui macchinari, prodotti farmaceutici e prodotti chimici; i due Stati nordici – Islanda e Norvegia – primeggiano in settori legati alle loro abbondanti risorse naturali, fra i quali petrolio, gas, energia elettrica e pesca e sono attivi nel settore terziario e dei servizi.

L’ingresso nello Spazio Economico Europeo “protegge” i membri della EFTA perché non impone loro parecchi degli obblighi figli dell’Unione Europea ed è un po’ come se la loro realtà fosse stata “cristallizzata” all’epoca della CEE.

L’accordo non copre infatti diverse, delicate politiche della UE: agricola e della pesca (anche se contiene disposizioni su vari aspetti del commercio dei prodotti ittici e della terra); unione doganale; politica commerciale comune; politica estera e di sicurezza comune; amministrazione della giustizia e affari interni (anche se i Paesi EFTA fanno parte dello spazio di Schengen); unione monetaria, nata con l’euro…

Nel febbraio 2013, momento preso a mo’ di riferimento quale data più attuale disponibile nonché di un triennio successiva alle celebrazioni del cinquantenario, la EFTA aveva sottoscritto (senza la necessità di un Parlamento e di un “governo” comuni e in assenza di una policy di integrazione e di una valuta unica) ventisei accordi con 36 Paesi, rigorosamente elencati in ordine alfabetico o giuridicamente orientato:

Albania, Bosnia-Erzegovina, Canada, Costa Rica più Panama, Cile, Colombia, Croazia, Egitto, Nazioni aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), Hong Kong, Israele, Giordania, Corea del Sud, Libano, Macedonia, Messico, Montenegro, Marocco, Autorità Nazionale Palestinese, Perù, Serbia, Singapore, Stati membri dell’Unione Doganale dell’Africa Meridionale (Botswana, Lesotho, Namibia, Sud Africa e Swaziland), Tunisia, Turchia e Ucraina, il tutto mentre erano in corso colloqui esplorativi con un gruppo di ulteriori 11 potenziali partner (Algeria, Guatemala più Honduras, India, Indonesia, Malesia, Russia più Bielorussia e Kazakistan, Tailandia e Vietnam) e si firmavano 6 dichiarazioni congiunte di cooperazione (con Birmania, Georgia, Mauritius, Paesi latinoamericani del MERCOSUR, Mongolia e Pakistan).

In sintesi, oggi l’80 per cento della merce esportata e dei servizi erogati all’estero dalla EFTA sono coperti da accordi bilaterali o preferenziali, tre quarti dei quali con Stati dell’Unione Europea. Nel 2011, l’ultimo anno per il quale esistono statistiche comparative, il PIL pro-capite annuo dei Paesi membri della European Free Trade Association era di 39.600 euro, contro i 25.700 della UE a ventisette, i 27.000 del Giappone e i 37.000 degli Stati Uniti, con un picco per liechtensteinesi (41.700) e norvegesi (47.000);

il tasso di disoccupazione oscillava fra il 2,3 per cento del Liechtenstein e il 7,1 dell’Islanda, contro il 9,7 medio dell’Unione Europea e l’8,9 degli USA, mentre la crescita annua del Prodotto Interno Lordo surclassava nettamente il resto del mondo: 3,1 in Islanda, 1,4 in Liechtenstein, 1,5 in Norvegia e 2,1 in Svizzera, a fronte del dato negativo del Sol Levante (-0,8 per cento) e le basse crescite di Europa (1,9) e America (1,8). Numeri e fatti, più che parole. Anche per chi continua a pensare che quello adottato dalla UE sia l’unico modello possibile di integrazione…

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9 thoughts on “È ancora la “vecchia” EFTA l’unica unione europea che funziona

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