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Pico

di Gabriele Testi

Cinque secoli e mezzo fa esatti, in un palazzo nobiliare che non è difficile immaginare avvolto dalle brume autunnali della pianura padana, l’Emilia dava alla luce uno dei suoi figli più grandi: Giovanni Pico dei conti della Mirandola, autore con la “Oratio de Hominis Dignitate” dell’opera ritenuta il manifesto più autentico del Rinascimento, la più prospera età italiana,  nasceva da Giovan Francesco I Pico, signore della città, e da Giulia Boiardo, donna colta e raffinata, imparentata con Matteo Maria, che firmò il celebre poema cavalleresco “Orlando Innamorato”: era il 24 febbraio 1463, un giovedì.

Il primo biografo di Giovanni, il nipote Giovan Francesco II, nel mostrarsi attento a fare uso dei canoni descrittivi propri della narrazione di vite straordinarie, scrisse che nel giorno di nascita dello zio filosofo “fu vista una fiamma in forma di cerchio stare sopra il giaciglio della partoriente e tosto svanire”, segno rilevatore di un personaggio destinato sì ad illuminare il mondo con la sua intelligenza e la sua mente, ma per un breve lasso di tempo.

Così fu, perché il nostro morì il 17 novembre 1494, ad appena 31 anni, probabilmente avvelenato, in un luogo e in una data simbolica per ciascuno di noi: a Firenze, dove le sue spoglie tuttora riposano nel chiostro del convento di San Marco, nel giorno preciso dell’ingresso di Carlo VIII e delle truppe francesi, principio di quella dominazione straniera sull’Italia che si sarebbe conclusa soltanto nel 1860 con l’unificazione della penisola sotto i Savoia.

Nella sua opera più celebre Pico della Mirandola, che recentemente ha indotto gli organizzatori a battezzare “Città dell’Uomo” il Padiglione dell’Italia all’Esposizione Universale di Shanghai, affermò che Dio aveva posto nell’uomo non una natura determinata, ma una indeterminatezza che è dunque la sua propria natura, e che si regola in base alla volontà, cioè all’arbitrio dell’uomo, che conduce tale indeterminatezza dove vuole.

E dice: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. […] Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. […] se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio”.

Nel 1484 Giovanni si reca a Firenze e qui stringe rapporti con Lorenzo il Magnifico, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, entrando a far parte dell’Accademia dei platonici, ma approfondisce anche Aristotele. È già famoso per la sua vasta cultura, la straordinaria conoscenza del greco, del latino e di molte lingue orientali; prodigiosa è la sua memoria.

Nel 1485 Pico si reca a Parigi, a quel tempo la capitale mondiale degli studi teologici. Ha poco più di 20 anni, ma è già conosciuto in tutta Europa. Al suo ritorno si mette a studiare ebraico e caldaico, occupandosi di sapienza orientale, compreso il Corano.

Nasce così l’intento di realizzare una concordia filosofica, all’interno della quale ciascuna tradizione speculativa può essere considerata come depositaria di una parte di verità.

La “Oratio” avrebbe dovuto essere l’opera introduttiva delle novecento tesi (“Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae”) che il principe e filosofo di Mirandola si riprometteva di discutere a Roma con i sapienti di tutte le culture conosciute a quel tempo, per cercare un definitivo punto di convergenza fra cristiani, ebrei e musulmani, un nodo tuttora da sciogliere e ancora gravido di conflitti religiosi, culturali e sociali, ma che non ebbe mai luogo per l’opposizione del Papa e la conseguente fuga del pensatore in Francia.

Iniziava però quella riscossa dell’Uomo, per così dire con la “u maiuscola”, che acquistava consapevolezza di sé dopo le superstizioni di un lungo e buio medioevo e che avrebbe informato mezzo millennio di storia europea, da Tommaso Moro in Inghilterra alla riforma protestante di Ulrico Zwingli in Svizzera, a Jean-Paul Sartre e al suo “Esistenzialismo ed Umanesimo” negli Anni 60 del Novecento, libro che affonda a piene mani nel pensiero pichiano.

Adesso, tra Firenze e Mirandola, rispettivamente città adottiva e città natale del filosofo mirandolano, se ne ricorda in pompa magna il cinquecentocinquantesimo anniversario della nascita, benché con un po’ di ritardo, causa il sisma di un anno fa.

Lo si fa il 15 e 16 novembre con un convegno che arriva mezzo secolo dopo lo straordinario congresso del 1963. Un’iniziativa che fa perno sul Centro Internazionale di Cultura “Giovanni Pico della Mirandola” mirandolese e sull’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento fiorentino.

Un appuntamento da non perdere, né in Toscana, né in Emilia, e che ridà speranza a un territorio martoriato dal terremoto del maggio 2012 (è andata pressoché distrutta la Chiesa di San Francesco, la seconda più antica al mondo, pantheon dei Pico con la tomba dei genitori di Giovanni), ma che è stato capace di grandi slanci in un lontano passato, che tradizionalmente non si dà per vinto e che, grazie anche al ricordo del suo figlio più grande, può inseguire un futuro incentrato sui genuini bisogni dell’Uomo

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5 thoughts on “550 anni di Giovanni Pico: così Mirandola (terremotata) ricorda il suo figlio più grande

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