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Affidare, v. tr.

Questo è il primo verbo di cui mi accingo a scrivere la definizione e credo sia un verbo importante, uno di quelli ricchi di significato.

A volte se ne banalizza l’uso e si usa affidare come un sinonimo di assegnare, ad esempio “ti affido un compito”. Nel verbo c’è però la radice della parola latina fidus e questo ci fa capire che affidare qualcosa a qualcuno comporta un impegno molto forte per entrambi i soggetti coinvolti: chi affida deve avere una piena fiducia nell’altra persona e colui a cui viene affidato un incarico deve svolgerlo con grande dedizione, deve fare tutto il possibile per far sentire che la fiducia in lui è ben riposta.


Provate a pensare a quante persone affidereste qualcosa a cui tenete moltissimo, la cosa a cui tenete di più. Io ci ho provato e sono molto poche. Ovviamente c’è mia moglie, anche perché il matrimonio – o la scelta di vivere insieme – è anche un reciproco e giornaliero affidarsi. Poi c’è sicuramente il mio amico Gian Pietro, che so capace di fare quello che deve fare con determinazione. C’è qualche amico di Facebook di cui mi fido di più di “amici” in carne e ossa, ma di questo mi occuperò nella definizione di amico. Ecco io faccio un po’ fatica a fidarmi – e ad affidarmi – per cui probabilmente il vostro elenco è un po’ più corposo, ma se ci pensate attentamente credo non sia molto lungo; difficilmente lo è.
affido

Per questo credo sia molto difficile il compito di chi deve, per il proprio ruolo istituzionale, affidare una delle cose più importanti e delicate del mondo, ossia la cura e l’educazione di un bambino, ad un’altra persona, che egli non conosceva prima e che ha imparato a conoscere nel corso di qualche colloquio o in un’udienza.

In poco tempo un giudice deve farsi un’idea di chi si trova davanti, deve capire se può avere fiducia in lui – o in lei – e affidargli la cura di un bambino che, per ragioni diverse e comunque traumatiche, non ha più i genitori che si occupano di lui. Questa capacità non è qualcosa che si impara alla facoltà di giurisprudenza, è una dote, un intuito che si accumula, magari facendo tesoro dei propri errori. Credo ci siano giudici che vanno in pensione senza essere mai riusciti ad avere questa capacità, ma purtroppo siamo umani. E ci sono persone, che non hanno studiato, a cui io affiderei questo compito, perché so che lo farebbero con grande coscienza e senza commettere errori.

Io non so se il giudice che ha deciso di affidare una bambina a due uomini che vivono da tempo insieme e che hanno costituito una famiglia, pur senza il vincolo del matrimonio, ha questa capacità di capire a chi affidare qualcuno. Non so se ha fatto bene o ha fatto male. Spero per la bambina che non si sia sbagliato.

Avrebbe commesso un errore se non avesse preso in considerazione quelle due persone solo perché omosessuali. Avrebbe commesso un errore anche se avesse affidato loro la bambina proprio perché omosessuali, per ribadire un principio che pure per me è sacrosanto, ossia che siamo tutti uguali.

Quel giudice, con la sua sentenza, non doveva cambiare la legge o la morale di questo paese, doveva semplicemente – anche se questo semplice non è mai – decidere se poter affidare quella bambina a quelle due persone.

E’ compito nostro cambiare le leggi, anche quelle morali. E prima o poi ci arriveremo, nonostante quelli che pensano che la famiglia sia formata solo da un uomo e una donna, magari regolarmente sposati, ma questa è un’altra battaglia e un’altra storia.

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