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Convenzione, sost. f.

Immagino avrete letto anche voi questa notizia: i sedicenti dirigenti di un noto partito italiano di centrosinistra si sono riuniti domenica scorsa a Roma, in un’assemblea definita – con forse inutile enfasi – convenzione.

Tale scelta non può non attirare un lessicografo come me.

La prima e più famosa convenzione – in questo caso non è inappropriata l’abusata espressione “la madre di tutte le convenzioni”- è la Convention Nationale, ossia l’assemblea dotata di potere esecutivo e legislativo, i cui lavori durarono dal settembre 1792 all’ottobre 1795.

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Nel corso del 1792 siamo ormai nella fase più avanzata della Rivoluzione francese: la folla ha preso d’assalto il Palais des Tuileries e chiede apertamente l’abolizione della monarchia; a questo punto l’assemblea costituente sospende il re dalle sue funzioni e promuove l’istituzione di una nuova assemblea – la Convenzione appunto – eletta a suffragio universale, con l’incarico precipale di dare alla Francia una nuova costituzione repubblicana.

Balzano immeditamente agli occhi due differenze con la convenzione del Pd. Prima di tutto la durata: gli amici di Renzi e Cuperlo hanno fatto tutto in poche ore, in tempo per andare a vedere la partita.

Secondo, la convenzione di domenica scorsa, nonostante le scaramucce verbali dei contendenti alla segreteria, non ha riservato agli spettatori un acceso dibattito né discorsi di memorabile oratoria. Nella Convenzione francese sedevano, tra gli altri, Danton, Robespierre, Marat; con tutta evidenza, se si fosse scontrato con questi personaggi, Pittella non avrebbe mai potuto raggiungere il 5,8%.

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da sinistra: Robespierre, Danton e Marat mentre prendono in giro Pittella

C’è un elemento però che accomuna le due istituzioni. Nella Convenzione quasi la metà dei deputati appartenevano al centro – chiamato anche palude – non erano schierati con nessun altro partito, eppure il loro numero determinava l’esito di ogni votazione. Come è evidente la palude è il riferimento ideologico del Pd, in tutte le sue anime.

Più banalmente i creativi del Pd – tra cui c’è ancora una qualche influenza del kennedysmo veltroniano –  non hanno pensato alla Rivoluzione francese per dare il nome a questa rutilante assemblea; convention infatti si chiama l’appuntamento nel quale i rappresentanti dei due maggiori partiti degli Stati Uniti nominano i propri candidati alle diverse cariche elettive, tra cui naturalmente la presidenza. I tre amici però non concorrono alla presidenza di alcunché: il vincitore può aspirare al massimo al posto di capo dei corazzieri.

Una curiosità: Renzi inizialmente non voleva usare questo termine, perché Convenzione è il nome dell’organizzazione criminale segreta della serie tv Alias. Poi Epifani gli ha spiegato la differenza.

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