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Sbagliare, v. tr. e intr.

Tutti sbagliamo, alcuni lo fanno con preoccupante regolarità, altri per fortuna molto meno; ci sono sbagli molto gravi, che possono costare la vita di chi sbaglia e di chi subisce le conseguenze di quell’errore, e ci sono sbagli insignificanti; soprattutto ci sono sbagli fatti in buona fede e sbagli dolosi. Su questi ultimi si esercita – o si dovrebbe esercitare – la giustizia.

Se tutti sbagliamo, tutti facciamo molta fatica ad ammettere i nostri sbagli.

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E quando alla fine lo facciamo – in genere quando è impossibile negare l’evidenza – dopo l’ammissione dell’errore, aggiungiamo un “ma” e cominciamo a spiegare perché ci siamo sbagliati, cercando di minimizzare la nostra responsabilità; aggiungiamo che è colpa degli altri o delle circostanze ambientali o – se proprio non troviamo altre scuse – del destino cinico e baro.

Abbiamo sempre pronte anche due frasi generiche, adatte ad ogni occasione: a chi ci fa notare un nostro errore diciamo spesso “chi non fa non falla” e pensiamo così di essere a posto; e aggiungiamo, per rincarare la dose, “sbagliando s’impara“, come a vantarci del nostro sbaglio. Conosco persone che continuano pervicacemente a sbagliare le stesse cose: evidentemente per loro la regola non vale.

Per inciso, è da notare che siamo in genere indulgenti quando gli sbagli li facciamo noi, ma ci arrabbiamo quando gli altri sbagliano, anzi ci arrabbiano moltissimo quando siamo danneggiati dagli sbagli altrui.

Se le singole persone sono molto restie ad ammettere i loro errori, le organizzazioni sono ancora meno disposte a farlo. Anzi per qualunque organizzazione è facile dire che le responsabilità sono individuali e la colpa è tutta del malcapitato di turno. Per chi ha letto Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac è facile capire di cosa sto parlando.

Poi ci sono organizzazioni che tendono a difendere i propri aderenti, specialmente quelli più importanti, anche di fronte alle prove più schiaccianti, per un mal riposto spirito di appartenenza. Chi ha visto Il muro di gomma di Marco Risi e conosce le vicende legate ai vergognosi e criminali depistaggi dell’aereonautica militare su Ustica sa a cosa mi riferisco.

Ho deciso di parlare di questo verbo perché in questi giorni in televisione gira uno spot di un’organizzazione che solitamente ha molte difficoltà ad ammettere di aver sbagliato, anche perché il suo capo è per definizione infallibile. Anzi questa organizzazione spesso nega anche gli sbagli dei propri membri, preferendo mettere a tacere le storie meno edificanti, per la regola che i panni sporchi si lavano in famiglia.

Sto parlando del nuovo spot televisivo – in onda dal 25 novembre – della Conferenza episco­pale italiana dedicato alle offerte per il sostentamento dei sacerdoti diocesani. Lo spot è simile a quello degli anni passati: in pochi secondi vengono raccontate le esperienze di alcuni preti di frontiera. In particolare vediamo due preti di Napoli: don Tonino Palmese, referente per la Campania di Libera, e don Antonio Vitiello, fondatore della mensa e casa-alloggio per i poveri La Tenda.

La novità dello spot sta in questa frase:

Per uno che sbaglia, ce ne sono migliaia che dedicano tutta la vita alla loro missione.

Forse questo inciso era inevitabile, forse è stato un modo furbo per mettere le mani avanti e prevenire le critiche di chi è subito pronto a tirare fuori i casi di preti che hanno sbagliato, facendo cose gravissime e in maniera dolosa. Forse è vero tutto questo, però l’hanno fatto.

Io sono ateo e ho rispetto per chi crede. Non sono anticlericale, anche se non amo molto le gerarchie cattoliche; l’8 per mille infatti lo destino da alcuni anni ai valdesi. So che molti preti sono davvero come quelli dello spot e fanno un lavoro di supplenza dello Stato di cui dovremmo ringraziarli. Poi penso che dovrebbe essere lo Stato a fare quello che in troppi casi fanno i preti; non sono d’accordo con chi dice che va bene così – la chiamano sussidiarietà – e pensano che lo Stato debba ritirarsi a favore del privato.

Personalmente penso che questo spot, anche con questo inciso, non serva a molto: chi è disponibile a sostenere il clero cattolico, continuerà a farlo, perché già da sé ha fatto quel ragionaMagdalene-Sistersmento ed è consapevole che che le sue offerte servono a quei preti che lavorano onestamente, anche se sa che ci sono preti che non lo sono; chi non è disponibile a fare un’offerta, perché ci sono, tra gli altri, i preti pedofili o perché ha visto al cinema Magdalene, non cambierà idea grazie a questo spot.

Anche se non serve, anche se non porterà un euro in più alle casse dei preti, io credo che questa ammissione sia un fatto importante. E non credo sia un caso che sia stata fatta adesso, proprio sotto il regno di un papa che ha qualche dubbio sulla sua infallibilità.

 

 

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