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Prima, sost. f.

Grammaticalmente prima sarebbe un aggettivo singolare femminile, ma – come succede in alcuni casi nella nostra bella lingua – si sostantiva, per l’elisione del termine a cui si riferisce, che in questo caso è rappresentazione.

E la prima in Italia è, per antonomasia, quella della Scala, il giorno di sant’Ambrogio, il 7 dicembre.

Quest’anno non poteva non esserci un omaggio al Maestro Verdi ed è stata scelta un’opera che più opera non si può: La traviata.

Callas_Violetta

La prima della Scala è da sempre un evento mondano, un appuntamento esclusivo per il bel mondo, ma la televisione ha come democratizzato questa serata, concedendo anche a noi poveri di vedere e ascoltare uno spettacolo unico.

Così sabato pomeriggio, fatto il presepio e sistemati gli addobbi, ci siamo sintonizzati su Rai5 per assistere all’opera del Cigno di Busseto. Ovviamente con il tablet a portata di mano, per commentare – a caldo – virtuosismi o cedimenti degli interpreti. Devo dire che ci sono state anche diverse occasioni per farlo, perché il giovane regista russo ha fatto alcune scelte francamente discutibili, che gli hanno meritato i fischi del pubblico in sala e il dileggio sulla rete. Il loggione reale e quello virtuale si sono scatenati.

Si potrebbe perfino fare un discorso serio su fedeltà all’originale e libertà degli interpreti, ma forse i lettori non melomani si fermerebbero qui nella lettura di questa voce del mio dizionario. In casa nostra è Zaira l’appassionata e l’esperta di melodramma, è lei che mi spiega cosa succede – o cosa dovrebbe succedere – anche se non sono sempre sicuro di riuscire a capirlo. Infatti ho immaginato un’interpretazione del dramma verdiano non proprio ortodossa. E questa oggi voglio raccontarvi.

Vediamo la storia, in estrema sintesi.

La protagonista è Violetta Valery, una donna bellissima, desiderata, che vive facendo la mantenuta. Il suo tenore di vita è molto alto, anche se la crisi si avvicina in maniera minacciosa; altre mantenute hanno già dovuto abbandonare. Il suo protettore è un personaggio poco simpatico, il ricchissimo barone Douphol, un tipo laido, non molto alto, che ha fatto fortuna in maniera oscura; famoso come organizzatore di cene eleganti, sta però perdendo lo smalto degli anni migliori. E infatti irrompe in scena il giovane Alfredo Germont, che confessa tutto il suo amore a Violetta. Certo Alfredo è un poveraccio, è un tipo buffo – gran parlantina, ma poca sostanza – gli piace atteggiarsi, indossa spesso un giubbotto di pelle, come l’eroe di un romanzo d’appendice di quando era ragazzo. Nonostante tutto, Violetta si innamora, ha voglia di una vita tranquilla, senza i gendarmi alle porte, senza i cortigiani del barone, e sogna una vecchiaia serena accanto al suo Alfredo. Qui finisce il primo atto, con Violetta stretta tra l’amore per Alfredo e il suo passato:

Sempre libera degg’io folleggiar di gioia in gioia

E infatti il secondo atto si apre sulla vita in campagna di Violetta ed Alfredo: lui che non capisce mai quello che succede e lei che invece regge la casa e soprattutto paga i conti, vendendo le ricchezze accumulate in una vita. Finalmente Alfredo si rende conto che le finanze domestiche sono allo stremo e cerca, per la prima volta in vita sua, di guadagnare qualcosa. Approfitta di questa assenza Giorgio Germont, il padre di Alfredo, per parlare finalmente con Violetta. Il vecchio Germont è il cattivo della storia, è un vecchio notabile di provincia, un tempo è stato uomo di idee radicali – per quanto già allora un migliorista – ma ora è diventato uno strenuo difensore dell’ordine costituito. Il vecchio Germont usa parole melliflue, è un grande manipolatore e convince Violetta a lasciare Alfredo; lo vuole l’Europa, egli dice, bisogna fare i sacrifici, perché ce lo chiede la Germania, ripete a una Violetta che ormai non ne può più, avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, conclude, nonostante Violetta gli faccia vedere che finora i conti li ha sempre pagati tutti lei, compresa l’imposta sul valore aggiunto. Stremata, Violetta si fa convincere da questo vecchio ipocrita. Violetta torna a essere la mantenuta di sempre, il barone – uno che anche quando sembra spacciato, torna sempre in sella – la riprende con sé. Alfredo continua a non capire; e riesce anche a fare parecchie cazzate. E finisce anche il secondo atto.

La crisi avanza, nostante fuori sia carnevale. E Violetta muore. Nel terzo atto sostanzialmente succede solo questo, ma nell’opera ci mettono moltissimo tempo a morire e il Maestro Verdi, che nelle morti è insuperabile, riesce tranquillamente a riempire un atto intero.

Ecco io l’ho capita così.

Buona la prima.

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