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Finiti i tempi in cui sotto la falce e il martello si trovavano compattezza e unità, comunque la si pensasse. La ‘cura’ Renzi ha scardinato i vecchi schemi. Così, senza più il collante dell’ideologia, le maggioranze Pd tentennano, e le decisioni si bloccano.
I primi segnali di instabilità il partitone, edizione fiorentina, li ha dati mercoledì 11 dicembre quando in Regione Emilia Romagna l’ex Ds, poi Idv, ora LibDem (e presidente onorario dell’Arcigay) Franco Grillini ha proposto di estendere le assegnazioni di alloggi popolari ai coniugi dello stesso sesso. Ed ecco che in casa Pd si sono subito riaccese le vecchie contrapposizioni tra cattolici e oltranzisti. Ma se fino a un anno e mezzo fa il pallino era in mano alla vecchia guardia, da domenica i tempi sono cambiati. E il Pd si è margheritinizzato. Così – per non saper né leggere né scrivere – l’intero partito si è astenuto, per non rendere palese la spaccatura.
Piuttosto che mostrare la divisione, i democratici hanno preferito non schierarsi. Se sarà così anche in futuro il Pd diventerà il partito dell’immobilismo. Non è casuale lo sbotto di Grillini: “Per colpa degli esponenti clericali tutto il partito si è astenuto”. Furioso anche il collega presidente nazionale Arcigay, Flavio Romani che se l’è presa con una pattuglia di cinque europarlamentari renziani (Vittorio Prodi, Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Patrizia Toia e il capogruppo David Sassoli) ‘colpevoli’ di aver affossato la risoluzione Estrela, per la “tutela dei diritti riproduttivi e dell’autonomia sessuale delle donne”. Una deplorevole condotta”, che ha determinato lo “sciagurato esito del voto finale” ha contestato Romani. Così l’Arcigay prepara il divorzio dal Pd.

E Grillini ha già in mente il contrattacco: “Sto preparando una proposta complessiva per scrivere nome e cognome dei diritti delle coppie omosessuali in tutta la legislazione regionale che riguarda l’accesso ai servizi. Ne faccio una questione nominalistica, perché i diritti vanno cristallizzati”. Apriti cielo. La Federazione della sinistra, con i consiglieri Monica Donini e Roberto Sconciaforni – tra gli ‘astensionisti’ – hanno prontamente messo una stampella a un claudicante Pd: “L’attuale legge regionale sulle case popolari è ancora più avanti delle rivendicazioni portate in aula dal consigliere regionale LibDem”. Ma allora, perché manca il riferimento specifico ai matrimoni gay e lesbo? Semplice: perché “manca innanzitutto una norma nazionale sul tema”, replica Fds. 

Concetto analogo a quanto espresso dalla neocapogruppo Pd Anna Pariani: “La legge prevede già un’applicazione larga e inclusiva”. Piuttosto: “Bisogna far avanzare la battaglia per il riconoscimento dei diritti civili e delle nozze gay in questo Paese”. Peccato che nella legge, in caso di decesso, si prevede che l’alloggio ‘popolare’ finisca al convivente ‘more uxorio’. Uxor in latino vuol dire ‘moglie’. E la giurisprudenza su questo punto non è concorde nel considerare ‘moglie’ anche il compagno o la compagna di una coppia gay o lesbo.
Quindi il vero guaio, forse, nasce proprio lasciando le cose come stanno.
Su questo punto i compagni renziani hanno già avanzato la loro proposta: astenersi. Avanti popolo. Alla riscossa.

Filippo Manvuller

Foto da sito Arcigay (http://www.arcigay.it/)

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