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Di riffa o di raffa l’obiettivo è sempre la Romagna.

Di recente ci si dimentica che alla base di qualsiasi consultazione elettorale – foss’anche l’elezione del direttivo di quartiere – pesa indiscutibilmente la percentuale degli aventi diritto al voto che decide coscienziosamente di recarsi alle urne anziché starsene a casa. Per farla breve: se i votanti sono 30 su un totale di 100 aventi diritto al voto – e quindi degli altri 70 manco l’ombra – al di là del successo conseguito con il voto di quei 30, qualche domanda io me la farei. Fomentare una vittoria zoppa in termini di partecipazione elettorale mortifica il significato di “democrazia” e ignora il peso specifico di coloro i quali hanno preferito non esercitare il proprio diritto e dovere di voto. In quel “silenzio elettorale” – a mio avviso – si annida malcontento e obiezione popolare che tanto bene non fa al “partito della vittoria”.

Dopo i 7 Comuni della Valmarecchia – Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello – che nel 2009 dissero definitivamente addio alla Regione Marche e approdarono in Emilia – Romagna nell’ambito della provincia di Rimini, ieri il Comune di Comacchio ha imboccato la strada per tagliare il traguardo del “passaggio di consegne” dalla Provincia di Ferrara a quella di Ravenna, e quindi dall’Emilia alla Romagna.

Nell’ormai lontano 2006 i sette Comuni dell’Alta Valmarecchia smaniosi di staccarsi dalle Marche e confluire in Romagna lanciarono il primo segnale di un’indiscussa volontà popolare. Dei 16.140 aventi diritto al voto, il 67,51% si presentò alle urne e di questi l’83,91% si espresse favorevolmente circa il distacco dalla Regione Marche. Seppur di natura consultiva, il risultato del referendum in Valmarecchia fu il primo passo verso l’approdo parlamentare del disegno di legge che nel 2009 ottenne il via libera dal Senato e segnò a tutti gli effetti il passaggio di competenza dalla Provincia di Pesaro – Urbino a quella di Rimini.

Nel caso della Valmarecchia il riferimento normativo è l’articolo 132, secondo comma, della Costituzione italiana che così recita: “Si può, con referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.” Vendendo invece alla circostanza comacchiese, il richiamo normativo è l’art. 133 della Costituzione italiana che detta le linee guida per il mutamento delle circoscrizioni provinciali all’interno della medesima Regione, su iniziativa dei Comuni interessati e sentite le popolazioni coinvolte.

Ieri a Comacchio, nella lunga giornata di operazioni elettorali, si è recato al seggio il 30,70% dei 19.005 aventi diritto al voto. L’ 88, 82% dei votanti (5.195 cittadini) ha votato SI al passaggio circoscrizionale della città dalla provincia di Ferrara a quella di Ravenna, contrari il restante 10,50% (614 cittadini). Sostenitore incallito e primo grande promotore di questa battaglia scissionista di Comacchio, è proprio il Sindaco grillino del piccolo Comune emiliano del Delta del Po che con relativa raccolta firme ha cercato di smuovere gli animi dei propri cittadini e chiudere le porte in faccia alla mamma ferrarese. Diciamo che al trentenne pentastellato, Marco Fabbri, poteva andare meglio. La percentuale di affluenza al voto non tira dalla sua parte. Lo stesso non si può dire dei cittadini dell’alta Valmarecchia che sette anni addietro si fiondarono in massa alle urne per aggrapparsi al carro romagnolo e dare voce a un irredentismo mai sopito.

Il testo completo del quesito referendario così come i dati sull’affluenza alle urne e sull’esito finale del voto sono disponibili sulla pagina facebook del Comune di Comacchio:  https://www.facebook.com/pages/Comune-di-Comacchio/395317850532246?fref=ts oppure sul sito http://www.comune.comacchio.fe.it/index.php/Notizie/Referendum-consultivo-comunale

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