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Unione, sost. f.

Questa è proprio una bella parola, una di quelle che definisco più volentieri.

Deriva dal latino tardo unio, unionis, e presenta ovviamente la radice di unus. L’unione è propriamente l’azione di unire, ovvero il fatto di unirsi o di essere uniti con altri individui. C’è uno sforzo dinamico in questa parola, il desiderio, e anche la fatica, di raggiungere un’unità, ossia la condizione e la caratteristica di essere uno, solo uno e non più di uno. E non è un caso che in inglese la parola union indichi il sindacato, ossia dove si sta uniti, per definizione.

Anche unità è una bella parola, ovviamente con la stessa etimologia. Molti di noi a questa parola sono particolarmente affezionati. Tra poco più di un mese ricorderemo il novantesimo anniversario della fondazione de l’Unità; il nome, come noto, fu proposto da Antonio Gramsci.

Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale.

Quella de l’Unità è una storia gloriosa; purtroppo il futuro è molto incerto, ma questa è un’altra storia, di cui mi occuperò in un’altra definizione.

Torniamo ad unione. Questa parola ogni tanto ritorna in auge in un suo particolare significato, ossia quando si accompagna all’aggettivo civile. Buon ultimo è arrivato il segretario di un sedicente partito di centrosinistra, che ha proposto, in una sua recentissima esternazione, di introdurre finalmente anche nel nostro paese le unioni civili.

Sarebbe proprio civile farlo, visto lo stato miserevole dei diritti delle persone in questo particolare e importante aspetto della vita. Ora, pur riconoscendo che unione è una bella parola, con una bella etimologia e un bel significato, mi chiedo perché si debba usare questa parola quando nella nostra Costituzione esiste già un termine che indica perfettamente il contratto tra due persone che hanno deciso di passare insieme la loro vita.

sposini

Ripassiamo allora l’art. 29.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Ecco basterebbe applicare alla lettera la norma costituzionale, visto che qui non si parla di maschio e femmina. E usare la parola che esiste già, matrimonio appunto, senza inventare delle altre formule. Questo crea qualche problema a Giovanardi e a Formigoni? Mi dispiace per loro e se ne dovranno fare una ragione. E poi questo è un paese libero e, se non lo vogliono, non saranno costretti a sposare un altro uomo.

Non so cosa succederà nelle prossime settimane. Forse – ancora una volta, temo – non se ne farà nulla, per salvaguardare il precario equilibrio di governo. Oppure questa volta si arriverà a una legge, magari perché Renzi ha la necessità di dare un contentino alla sinistra del suo partito, mentre si appresta a proporre misure economiche indigeste, sul piano del lavoro e delle pensioni. O forse – come dice qualche amico che giustamente non si fida – Renzi, a cui non importa nulla di questo tema, l’ha evocato soltanto per mettere in difficoltà l'”amico” Letta, magari per far cadere il governo e andare il prima possibile alle elezioni.

Francamente non mi interessa cosa pensa del tema il già sindaco di Firenze. Il tema dei diritti delle persone omosessuali è una questione importante, anzi troppo importante per lasciarla in mano a questi quattro mestieranti.

Il tema del diritto delle persone omosessuali di costituire una famiglia non è qualcosa che interessa esclusivamente le persone omosessuali, ma è qualcosa che coinvolge tutti, a partire dagli eterosessuali. In un tempo in cui tendono a restringersi così velocemente gli ambiti democratici, una battaglia, una grande battaglia sociale, per far crescere i diritti serve davvero a tutti, a prescindere dal fatto che siamo etero od omosessuali e dal fatto che ci vogliamo sposare o no. E proprio perché è un tema fondamentale, questa questione non dovrebbe diventare la bandiera di un singolo partito e dovrebbe perfino non essere vincolata alla scontro tra destra e sinistra.

Al di là delle idee che ciascuno di noi ha, che possono anche essere molto diverse, per me questa è una battaglia di civiltà, su cui non è più tempo di perdersi in mediazioni. Non chiamare le cose con il proprio nome e cioè non usare la parola matrimonio non è un buon inizio.

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