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Contratto, sost. m.

Leggendo i giornali di oggi – se non avete tempo e voglia di farlo è sufficiente ogni mattina dare un’occhiata alla rassegna stampa che Filippo Manvuller fa per Laboratorio politica Bologna – ho saputo che il giovane Letta – noto anche per la particolare lega metallica con cui sarebbero forgiate alcune parti del suo corpo, particolarmente preziose – sta redigendo un nuovo contratto di governo.

In un caso come questo, quando si parla di termini legali è sempre meglio andare con i piedi di piombo – essendo io solo un vecchio filosofo, coscritto all’incarico di scrivere un dizionario – preferisco rivolgermi ai più esperti colleghi della Treccani. Vediamo appunto la loro definizione:

regolamento di interessi che trae la sua forza vincolante dall’accordo di coloro che lo stipulano; in partic., nel diritto privato, accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico a contenuto per lo più patrimoniale.

Mi pare chiaro che un contratto nasce sempre per mettersi d’accordo su questioni di soldi ed evidentemente anche questo nuovo contratto, che il giovane Letta sta preparando con la vigile supervisione del più alto Colle, deve regolare qualche faccenda di questo genere.

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da sinistra: Alfano, uno sconosciuto collaboratore del notaio, Renzi

C’è però qualcosa che non quadra, almeno a me, probabilmente perché – come ho detto – sono filosofo e non sono esperto di diritto. I soldi su cui i contraenti di questo nuovo contratto devono mettersi d’accordo non sono i loro, ma sono i nostri; non mi pare una differenza da poco. Nonostante questo, ossia che noi mettiamo nel contratto la cosa più importante, il conquibus – per usare un termine legale – a noi non chiedono di firmare niente, anzi ci escludono in partenza dalla stesura del contratto.

Sicuramente lo fanno per farci un favore, ci sono poche cose al mondo noiose come la redazione di un contratto – tutti quei commi, quei rimandi, quegli eccetera eccetera. Poi stasera io ho calcetto, domani Zaira ha la lezione di yoga, giovedì so che non possono né Antonella né Filippo, venerdì sera non possiamo metterci a parlare di un contratto, praticamente è semifestivo; dovremmo rimandare tutto a lunedì prossimo, ma intanto l’Europa ci guarda e ci ammonisce.

Dovremmo ringraziare il giovane Letta e i suoi amici Angelino e Matteo che si mettono lì, al posto nostro, a discutere dei termini del contratto. Quante cose noiose devono fare, quante complicazioni devono sobbarcarsi. Devono decidere quanto e quando farci pagare un po’ di nuove tasse; pensate soltanto a quanto tempo impiegheranno nella scelta dei nuovi acronimi, visto che ormai hanno già usato molte delle innumerevoli combinazioni possibili delle 21 lettere del nostro alfabeto.

Pensate quanti passi in avanti abbiamo fatto dalla seconda metà del Settecento, quando Jean-Jacques Rousseau diceva che il contratto sociale è la risposta che una comunità dà al problema di

trovare una fRousseauorma di associazione che protegga, mediante tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a sé stesso e rimanga libero come prima.

E da questo ricavava la tesi che ognuno di noi, inteso come singolo, si dà a tutti gli altri, ossia alla comunità, e ciascuno di noi, come membro della comunità, riceve da tutti gli altri, come singoli. Se quest’alienazione dei diritti e dei doveri avviene senza riserve, ognuno, dandosi a tutti, non si dà a nessuno, e nessuno ha interesse a rendere onerosa la condizione altrui. La comunità, così costituita, diviene la depositaria naturale di tutta la sovranità; e questa sovranità dunque può appartenere solo al popolo e non è divisibile.

Ma, state tranquilli, non è il nostro caso.

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