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Preferenza, sost. f.

Questa è una parola dalla storia interessante, che negli ultimi 30 anni ha avuto alterna fortuna.

Partiamo, come sempre, dall’etimologia: il verbo latino praefèrre, poi diventato della quarta coniugazione nella forma praeferire, è composto di prae, ossia avanti, e ferre, ossia portare, e quindi letteralmente significa portare avanti.

Una mamma, per definizione, non ha una preferenza per uno dei suoi figli e negherà in ogni circostanza di averne, senza mentire, perché sa di voler bene a tutti nello stesso modo; anche se, magari inconsciamente, ha verso uno di loro maggiori preoccupazioni, dimostra una qualche forma di maggiore tenerezza.

C’è ad esempio questa mamma che conosco io: ha due figli, Gianni e Matteo. Ovviamente vuole bene ad entrambi, li ha educati allo stesso modo, punendoli, se del caso, e premiandoli con la stessa equità. I due fratelli sono molto diversi, il maggiore, Gianni, è un bambino serio, ben educato, che risponde a tono, molto bravo a scuola, uno di quelli su cui gli amici possono contare, anche se volte rischia di essere un po’ noioso e soprattutto è molto permaloso. Matteo, il minore, è più simpatico, fa gli scherzi, non sta mai attento a quello che dice, gli amichetti lo cercano perché inventa sempre nuovi giochi, a scuola fa più fatica, anche se in qualche modo se la cava sempre.

La mamma è comprensibilmente più preoccupata per Matteo, pensa che farà più fatica del fratello quando sarà grande: io la vedo che lo guarda con un misto di tenerezza e di rassegnazione, quando ne combina una delle sue. Anche se non lo vuole far vedere, ha una preferenza, specialmente quando i due litigano, ad esempio perché Matteo ha rubato un giocattolo a Gianni e lui fa il broncio e si chiude nella sua camera. Magari le sue preoccupazioni si riveleranno infondate e alla fine sarà proprio Matteo a far maggior fortuna. Chissà.

So che pensate che io stia divagando e volete che dica la mia sulle preferenze. Poi, se avete tempo e voglia qui ho scritto qualche “considerazione” un po’ più seria.

Io nel 1990 presi 82 preferenze alle elezioni per il Consiglio comunale di Granarolo e venni eletto. Avevo vent’anni e quegli 82 elettori scrissero il mio nome sulla scheda perché così aveva deciso il partito – allora c’era il Pci – e perché conoscevano i miei genitori. Io non ebbi alcun merito; nelle elezioni successive ne ho prese alcune di più: spero almeno quelle di essermele meritate.

ilportaborse

Funzionavano allora le preferenze? Funzionava il partito – almeno a Granarolo, nel contado bolognese funzionava ancora – era in quella sede che venivi vagliato e messo alla prova. In altre parti del nostro paese le preferenze multiple divennero un elemento di corruzione politica. Servì il film Il portaborse di Daniele Lucchetti a svelare agli italiani – almeno a quelli che non praticavano quei traffici – come funzionava il sistema del controllo dei voti attraverso il gioco delle preferenze. Tanto che nel ’91 il referendum per l’abolizione delle preferenze multiple fu vissuto da molti di noi come una palingenesi del sistema politico italiano; sappiamo purtroppo come è andata a finire. Eravamo ingenui allora; io almeno lo ero.

Io non sono un pasdaran delle preferenze e francamente non ho mai condiviso l’enfasi per introdurle nuovamente nella legge elettorale. Finiti i partiti le preferenze sono diventate un mezzo per eleggere i più corrotti, ossia quelli che potevano comprarne di più; il caso Fiorito, solo per dirne uno dei più eclatanti, è la dimostrazione più evidente che non è questo il modo questo per rendere più pulita la politica italiana. Ovviamente so che le liste bloccate sono il modo per eleggere i meno intelligenti e i più devoti ai capi.

Mi rendo conto che l’alternativa rischia di essere tra ladri e cretini: una prospettiva non entusiasmante.

Io, a essere sinceri, una preferenza ce l’ho e ve la confido volentieri. Quando mi chiederanno di essere votati, risponderò come Bartleby lo scrivano: “preferirei di no“.

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2 thoughts on “Verba volant / Preferenza

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