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Staffetta, sost. f.

Ecco una delle non poche parole italiane, la cui etimologia risale, seppur per vie traverse, al longobardo. Quel popolo di guerrieri infatti cominciò a chiamare staffa – e il termine è passato direttamente in italiano – ciascuno dei due pezzi di metallo che pendono ai lati della sella, sorretti da corregge o staffili; le staffe servono al cavaliere sia come punto su cui far leva per prendere lo slancio necessario per salire a cavallo, sia come appoggio per entrambi i piedi durante la cavalcata.

Staffetta è il diminutivo di staffa e alcuni dei suoi significati, in particolare quello che mi interessa in questa definizione, deriva dall’espressione essere con un piede nella staffa, ossia essere pronto a partire.

In ambito sportivo la staffetta è una variante a squadre di competizioni individuali nella quale, per ogni squadra, compete un singolo atleta alla volta e in successione. Le staffette più spettacolari e seguite sono senz’altro quelle dell’atletica leggera, la 4×100 e la 4×400.

Per vincere una staffetta non basta essere capaci di correre molto forte – più forte degli altri –  ma serve una preparazione supplementare in termini di affiatamento tra i componenti della squadra e di sincronismo, per minimizzare i tempi durante i passaggi del testimone e per evitare che questo cada, pregiudicando con la squalifica l’esito della gara. Un passaggio fatto male può far perdere la gara anche a quattro atleti velocissimi e, al contrario, tre passaggi perfetti e senza sbavature possono assicurare la vittoria a una squadra atleticamente un po’ più debole.

passaggio testimone

Nei recenti campionati mondiali di atletica leggera di Mosca è stato emblematico il caso del Belgio, che è arrivato in finale nella staffetta 4×400, riuscendo a non sfigurare di fronte a giganti della velocità come Stati UnitiGiamaica e comunque tenendo testa a nazioni dalla maggior tradizione atletica. La squadra belga è composta dai tre fratelli Borlée e da Antoine Gillet, che sono riusciti con la tecnica e con la capacità di effettuare passaggi di testimone millimetrici a superare un evidente divario fisico.

Staffetta è una parola che si è fatta strada anche in politica.

I meno giovani di voi, quelli la cui memoria può risalire fino agli anni gloriosi della cosiddetta “prima Repubblica“, probabilmente ricordano quello che i giornali di allora chiamarono il patto della staffetta.

Ciriaco De Mita era il segretario della Democrazia cristiana e Bettino Craxi quello del Psi, i due partiti su cui si basava la litigiosa coalizione del pentapartito. I rapporti tra i due erano complessi, politicamente conflittuali e probabilmente difficili anche dal punto di vista personale, vista la differenza tra i due personaggi. Nel 1986 comunque De Mita ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo Presidente della Reasdpubblica Cossiga a Craxi fosse vincolato appunto a questo informale patto della staffetta: raggiunta la metà della legislatura Craxi si sarebbe dovuto dimettere per far posto a un democristiano, probabilmente lo stesso De Mita. In un’intervista a Minoli del 1987 il segretario socialista, con il suo fare deciso, disse che quel patto non esisteva e che comunque lui non lo riteneva più vincolante. Probabilmente Craxi pensava che la Democrazia cristiana non avrebbe accettato la sfida, ma sbagliò i suoi calcoli. De Mita fece cadere il governo e si andò ad elezioni anticipate, il cui esito peraltro non fu così favorevole al Psi come Craxi sperava, non ci fu quella che lui chiamava “onda lunga“.

In questi giorni due giovani rampolli democristiani stanno cercando di far rivivere al nostro paese i fasti di quegli anni lontani. Auguriamo loro, con tutto il cuore, di avere la stessa fortuna che arrise ai loro maestri.

Per vincere una staffetta servono spirito di squadra, capacità di sincronizzarsi, sacrificio e allenamento; Letta e Renzi sono destinati a perdere.

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