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Successore, sost. m.

Semplice è l’etimologia di questo sostantivo che deriva dal verbo latino succedere, ossia venire dopo, sottentrare. Il vocabolario Treccani attesta anche la forma femminile succeditrice, pur riconoscendo che si tratta di una forma per lo più evitata. Probabilmente perché nella storia in genere a un uomo è sempre successo un uomo e le donne sono rimaste escluse da questi scambi e lasciti di troni, cariche e prebende varie. Con tutta evidenza, le quote rosa non si applicano alle cariche e agli organi monocratici.

Spesso accade che il successore non abbia occassione di incontrare e di dialogare con il proprio predecessore: se in un paese ci sono due re o due presidenti allora è facile ci sia anche la guerra civile.

Di norma nelle monarchie, nelle dittature e nei regimi autocratici il successore entra in carica quando il predecessore o è morto o è stato – più o meno cortesamente – allontanato dal potere; la Russia contemporanea costituisce la classica eccezione che conferma la regola, pur essendo una dittatura di fatto, in quanto Putin, a cadenze regolari, lascia la presidenza a un burattino all’uopo istruito, in attesa di ritornare nelle sontuose stanze del Cremlino.

Questa regola vale ovviamente anche per i papi, infatti, come dice l’antico adagio, “morto un papa, se ne fa un altro“. Verosimilmente Bonifacio VIII non incontrò il proprio predecessore Celestino V, e anzi si era premunito di tenerlo in carcere. Questa regola secolare è stata interrotta proprio un anno fa, dal momento che il papa allora regnante ha deciso di dimettersi, prima dell’irreparabile.

Sappiamo così che il successore Francesco incontra regolarmente il precedessore Benedetto. Pare anzi che i rapporti tra i due anziani prelati siano piuttosto buoni, anche se naturalmente nessuno può sapere veramente quello che pensano l’uno dell’altro e l’ovattato e curiale stile d’Oltretevere non lascia trapelare alcun retroscena. Comunque sia, da quello che si intuisce dalle immagini forniti dagli agit-prop vaticani, i due si vedono, si salutano con cordialità, si scambiano santini, pregano insieme. In sostanza questo primo anno con due papi è andato piuttosto bene, e l’apocalisse pare ancora lontana (a meno di non dare un giudizio eccessivamente severo sul governo appena nato).

letta_renzi_campanella

In una democrazia le cose vanno in maniera piuttosto diversa e spesso sono più complicate: è normale che predecessore e successore si incontrino, anzi è previsto un momento in cui i due devono vedersi e parlarsi per il passaggio delle consegne. Ovviamente questo passaggio non sempre avviene con serenità.

In Italia il protocollo istituzionale prevede che il presidente del Consiglio che lascia la carica consegni al suo successore la campanella dorata con cui dirige i lavori del consiglio. Si tratta di un appuntamento formale, a cui si suppone segua il passaggio delle consegne vero e proprio, che però viene fatto dagli sherpa dei due politici, che così non hanno più bisogno di vedersi, almeno fino a un successivo passaggio di consegne, magari a ruoli invertiti.

Questa piccola cerimonia negli ultimi anni è diventata un rito, ad uso dei fotografi e delle televisioni. Da quando c’è nel nostro paese questo sgangherato maggioritario i passaggi della campanella sono stati l’occasione per i leader politici di esercitare una sana forma di ipocrisia. Berlusconi e Prodi si detestano con rara acrimonia – a dire il vero Prodi detesta molte persone, ma questo è un tratto peculiare del suo essere cattolico – eppure sono stati costretti a due cerimonie: il primo ha consegnato la campanella al secondo, che è stato costretto a restituirgliela dopo circa due anni, anche perché il leader del centrodestra aveva comprato, a prezzi stracciati, alcuni senatori del centrosinistra. Nonostante questo, in entrambe le occasioni hanno dimostrato grande fair play. Anzi l’intrattenitore di Arcore ha sempre dato il meglio di sé in questi passaggi, anche quando è stato costretto a cedere la campanella a personaggi che odiava, come il professor Monti: con lui non sono mai mancati simpatici siparietti.

Questa tradizione, come avete visto, si è interrotta con il passaggio della campanella tra Letta e Renzi. La campanella è formalmente passata di mano e quindi la forma è salva, ma si è trattato di un gesto fulmineo, senza una parola e senza uno sguardo. La stretta di mano è stata più che formale, strascicata, con Letta che guardava palesemente altrove e Renzi che non riusciva a trattenere il godimento per aver scalzato il rivale. Evidentemente il giovane Letta ha ancora da imparare dallo zio alcune basilari regole del bon ton democristiano. E anche Renzi ha ancora da scarpinare, per adesso è stato solo bravo a tradire – ma a far quello ci riescono tutti, perfino Franceschini – ma la politica richiede di tradire con garbo.

E pensare che sarebbe stata un’occasione perfetta. La campanella che passava di mano tra due giovani esponenti della Democrazia cristiana. Come fossero Moro e Fanfani, ma a colori e su Facebook.

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