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Reblog da infidelistan.eu

Boris Johnson, sindaco conservatore di Londra, in un editoriale sul Daily Telegraph si lamenta di come la legge britannica sia attrezzata per sottrarre i bambini alle rispettive famiglie anche solo in caso di ritrovamento di materiale pornografico in casa, ma non nell’eventualità di genitori musulmani radicali che educano i propri figli a odiare la nazione e la cultura in cui crescono. Colpa, secondo Johnson, della diffusa e ormai “istituzionalizzata” riluttanza a criticare e osteggiare culture e usanze diverse da quella autoctona, difesa a spada tratta ormai solamente da movimenti identitari di estrema destra. Pur condividendo le osservazioni del sindaco britannico trovo fuori luogo sia il ruolo che la tempistica.

Non mi risulta che nella terra di sua maestà, i sindaci possano legiferare. E un problema come quello sollevato dal primo cittadino londinese non è e non dovrebbe essere gestito dalla giunta cittadina che ha mezzi e competenze limitate e, soprattutto, grandi (nel senso di ridotti) limiti di giurisdizione, bensì dal governo britannico stesso, attraverso leggi e programmi ad hoc.

La posizione di quest’ultimo è però, a dir poco, morbida anche perché, rinnegare 20/30 anni di approccio multiculturalista, è facile a parole (Cameron ha ammesso il disastroso fallimento del modello multiculturalista) ma non altrettanto nei fatti. In ballo c’è la pace sociale e nessun governo europeo vuole rinunciarvi, neanche per uno scopo “superiore”.

Insomma, i buoi della dis-integrazione sociale di cui parlava Sartori sono scappati da un pezzo, chiudere il recinto non serve piú, allora si nasconde la polvere sotto il tappeto concetrando attenzioni e azioni unicamente all’attività eversiva violenta e terroristica nella speranza che le pulizie di primavera tocchino all’Esecutivo successivo.
La questione però non più congiunturale da un pezzo, è stutturale. Troppi musulmani con passaporto britannico sono ormai radicalizzati e vivono seperati dal resto della società, reincluderli non è neanche un ipotesi contemplabile finché si resta nell’ambito del liberismo di Cameron, attivo o passivo che sia. La ricetta c’è e funzionerebbe bene ma è amara, troppo amara. Così amara che persino i sostenitori di Cameron non l’apprezzerebbero, persino i movimenti identitari di destra potrebbero non capirla e, quindi, contestarla. Ci sarebbero continue manifestazioni, scioperi, forse anche rivolte e attentati.

  • 1) smettere di raccontarsi che tutte le religioni meritano lo stesso rispetto e trattamento, la laicità delle istituzioni non deve diventare cecità. Alcune religioni (Islam in primis) non sono conciliabili con le democrazie liberali. Punto. Contrastare con tutti i mezzi, operando, se necessario, ai margini della costituzionalità, il diffondersi e l’organizzarsi di queste ideologie, esattamente come facciamo per ideologie politiche totalitarie. Tanto per cominciare, smettere di finanziare moschee, luoghi di agregazione, scuole, e, soprattutto, smettere di mantenere il clero.
  • 2) investire nella scuola pubblica laica e interrompere il finanziamento alle private (specie se confessionali). Cattolici e protestanti ci rimaranno male, pazienza. Che perdonino! Ogni mezzo è buono a scongiurare l’isolamento culturale e l’indottrinamento dei bambini con genitori musulmani (e induisti).
  • 3) vietare ogni simbolo di ostentazione religiosa nei luoghi pubblici (spiacente ma ci rientrano pure le catenine col crocifisso). Vietare il chador (e qualsiasi altro dress code di origine religiosa) fino ai 18 anni.
  • 4) criticare, deridere, anche insultare comportamenti e idee che si ritengono pericolose e dannose. Tradizioni etniche e religiose non devono più godere di alcuna esenzione dal criticismo. Leggasi: stop al relativismo culturale. La società non si può smembrare per eccesso di delicatezza nei confronti delle usanze, abitudini e credenze, specialmente se d’importazione.

Non serve essere un genio della politica per sapere che portare avanti uno solo dei quattro punti sopra elencati equivale ad un suicidio politico, figuriamoci tutti. Roba da secondo (e ultimo) mandato per uno statista davvero coraggioso. Uno di quelli di cui parleranno i libri di storia. Ne esistono ancora? Speriamo di sì.

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