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Il Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan (CII) ha espresso parere negativo sulla legge anti matrimonio infantile. Si tratta di organismo di garanzia e indirizzo (una sorta di Corte Costituzionale) che si esprime sull’operato legislativo del Governo e del Parlamento pachistano. Non ci sarebbero, secondo il CII, menzioni nel Corano e negli hadith (citazioni e gesta del profeta e dei suoi discepoli) circa l’età minima per contrarre matrimonio, solo accenni circa la necessità di aspettare la pupertà per consumare carnalmente l’unione. L’ultima moglie di Maometto, Aisha, aveva infatti solo 6 anni quando sposò il profeta che fu così premuroso da attendere 3 anni prima di “consumare” (4 secondo altre fonti). Simili obbiezioni erano state avanzate dal CII anche in merito alla legge anti-poligamia (in realtà non la vietava ma concedeva alla prima moglie potere di veto). Stando al Corano, però, ad ogni uomo spettano massimo 4 mogli anche se lo stesso profeta sforò tale cifra.

Nel frattempo, in Iraq, la maggioranza sciita sta per approvare una legge che abbassa a nove anni l’età minima per convolare a nozze e affida la  custodia dei figli al padre.

pedomatrimoni, oltre a rappresentare un palese abuso di minori, hanno terribili conseguenze sanitarie. Le spose bambine, anche nel caso in cui il marito aspetti le mestruazioni per consumare, sono interessate da un altissima mortalità collegata alle premature e frequenti gravidanze. Naturalmente, anche i tassi di mortalità infantile sono altissimi. Drammatiche anche le ripercussioni sul piano sociale con una bassissima scolarizzazione delle femmine che ne impedisce, de facto, ogni tipo di emancipazione sociale.

In Pakistan, in Iraq e negli altri paesi interessati, il fenomeno è alimentato dalle precarie condizioni socio-economiche. Spesso i genitori delle spose vengono “ricompensati” economicamente dallo sposo (o dalla sua famiglia), altre volte sono gli stessi genitori ad attivarsi per dare in sposa le proprie bambine ad adulti di famiglie più facoltose nel tentativo di assicurare loro un futuro (economicamente) più stabile.

Evitiamo, però, di ridurre la questione al mero effetto di un disagio sociale ed economico al quale certe popolazioni sono costrette. Se il comune buon senso, la legge o la semplice saggezza popolare non hanno ancora messo fine a pratiche come questa, la ragione principale è una sola: la religione.

Mentre la discussione sul governo delle società occidentali è costantemente influenzata dalla ratio del “rendiamo la vita migliore possibile”, in molti paesi islamici (fatte salve le prerogative di qualsiasi sistema politico in cui s’incontrano e scontrano interessi e poteri) la discussione politica verte principalmente su un solo punto: cosa avrebbe voluto o fatto un arabo del settimo secolo: Maometto.

Organismi come il “Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan” e il “Consiglio dei Guardiani della Costituzione dell’Iran” fungono proprio a questo: ad assicurarsi che le regole, i costumi e la morale della comunità dei credenti, la ummah, continuino ad essere “in linea” con “i bei tempi che furono”: quelli dove regnava il Profeta. Per usare un paragone matematico, nella società islamica “ideale”, Corano e Sunnah (la raccolta degli hadith) ne rappresentano sia il massimo comune denominatore, sia il minimo comune multiplo. In questo modo, ogni cambiamento, ogni riforma, ogni progresso, vengono passati al setaccio dalle fitte maglie della dottrina islamica, fatta di precetti politici, religiosi e sociali. Impossibile ricadere negli atteggiamenti tribali pre-islamici ma è anche difficile (se non impossibile) andare avanti e lasciarsi alle spalle il tradizionalismo islamico.

Una riprova di quanto affermo, vi è nell’alto numero di matrimoni combinati da famiglie immigrate in Europa (dove il disagio socioeconomico è senz’altro meno incisivo) che concedono in sposee le proprie figlie adolescenti (spesso non particolarmente consenzienti) a compatrioti ancora residenti nel paese d’origine (di solito parenti alla lontana) che spesso sono molto più vecchi di loro. In questo modo anche in occidente si ripropongono, seppur in scala ridotta, le stesse dinamiche sociali di quei paesi dove il pedomatrimonio è prassi.

Per queste ragioni, quando trattiamo l’islam, dobbiamo smettere di farlo come se fosse una semplice religione, si tratta di un modello politico-sociale in tutto e per tutto e si tratta di un modello alternativo (per non dire antitetico) a quello occidentale. Si tratta di una filosofia che, nella ricerca della perfezione, guarda al settimo secolo e preferisce compiacere il Dio del Corano anziché l’essere umano. Per questo è fisiologicamente ostile con qualsiasi tipo di progresso sociale e culturale che mette al centro l’essere umano.

Una dottrina che ostacola attivamente l’abbandono di usanze come questa e che, se assenti, ne promuove la reintroduzione dovrebbe essere presa con le pinze. Tollerare o, addirittura, rispettare certi comportamenti, nel goffo tentativo di non sembrare etnocentrici, è pura ottusità, una miopia relativista che non ci rende tolleranti, bensì deboli, vigliacchi e ipocriti. Come possiamo fingere, nel nome del relativismo culturale, di sapere così poco sul benessere umano al punto di accettare tutto questo?

Immaginiamo, per un attimo, che simili istanze fossero promosse da una forza politica laica, che non si rifà a nessuna etnia o religione. La condanna del mondo “civilizzato” non sarebbe forse unanime? Allora per quale masochistica ragione il secolarizzato occidente si mostra così accondiscendente e riverente nei confronti di quelle barbarie esotiche che si fanno scudo di un libro sacro?

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