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Rifiuto, sost. m.

Il rifiuto che mi interessa e che è l’oggetto di questa definizione non è quello che fece un tempo, per viltade – almeno a sentir Dante – il povero Celestino V, ma quella cosa che noi tutti giorni scartiamo, buttiamo, non utilizziamo più. In italiano infatti il rifiuto è sia l’atto di scartare sia ciò che viene scartato, anche se in questo valore più concreto si preferisce in genere il plurale rifiuti: evidentemente già la morfologia della nostra lingua ci dice che noi abbiamo la cattiva abitudine a buttare troppo.

Aprendo un bidone o un cassonetto dei rifiuti possiamo trovare davvero di tutto, anche dal punto di vista etimologico. A Bologna si usa comunemente il termine rusco, parola di origine celtica; in italiano rusca è propriamente la scorza della sughera e da qui è probabilmente venuto il significato di cosa da gettare. Permettetemi un piccolo inciso. Quando facevo un altro mestiere, mi capitava di fare incontri con compagni di altre regioni per dare indicazioni su come mettere in piedi una festa campestre. In una di queste assemblee, a Napoli, ricordai che, tra i vari adempimenti, gli organizzatori delle Feste dell’Unità dovevano informarsi anche sul regolamento comunale della tassa del rusco; i miei ascoltatori ovviamente non capirono, a parte alcuni compagni pugliesi che, avendo studiato a Bologna, avevano dovuto subito imparare le due espressioni base dello slang bolognese: “dammi il tiro” e, appunto, “porta giù il rusco”.

Un po’ in tutto il nord Italia le parole che indicano i rifiuti hanno la stessa radice. Noi a Parma lo chiamiamo rudo, a Milano lo chiamano rüff (peraltro in milanese rusca è la buccia), in Liguria invece rumenta, che viene probabilmente dal latino ramentum, che significa scheggia e anche scarto della piallatura. Ovviamente scrivetemi per dire come si dice rusco nella vostra città e nella vostra regione.

So che i veneti invece chiamano i rifiuti scoassa: con tutta evidenza, in questo caso l’azione dello scuotere – scossare dice anche il Pascoli – indica chiaramente anche quello che viene gettato via.

Abbastanza consueta è anche la parola pattume; si tratta di una forma toscana, che deriva dal latino pactus, compatto, e indica la roba sudicia e inutile che si raccoglie spazzando, o che si ammassa per terra. Immondizia e monnezza hanno evidentemente la stessa radice, ma curiosamente arrivano allo stesso punto, partendo da due aggettivi opposti; immondizia, parola che deriva dall’aggettivo latino immundus, indica propriamente la cosa sporca, sudicia; il romano monnezza deriva invece dall’aggettivo mundus, perché è inteso ciò che si porta via spazzando, facendo pulizia, ossia si guarda al risultato finale.

Di rifiuti noi parliamo continuamente. Da qualche anno sui rifiuti i politici fanno le loro campagne elettorali; a Parma, ad esempio, la promessa di non far partire l’inceneritore è stata una dei cavalli di battaglia del grillino Pizzarotti e adesso il fumo dell’inceneritore, nonostante tutto entrato in funzione, è una delle sue spine nel fianco). Con i rifiuti si fanno enormi affari, leciti e meno leciti e non per caso le mafie si sono gettate in questo lucroso traffico. Per la gestione dei rifiuti si prendono tangenti: l’ultima vicenda di questo genere è recentissima.

Noi tutti ci lamentiamo quando ogni anno dobbiamo pagare la tassa sui rifiuti – pare che quest’anno si chiamerà Tari, le cambiano spesso nome per renderla più sopportabile – ma siamo piuttosto riottosi quando ci viene chiesto di fare la raccolta differenziata. Anzi la raccolta differenziata ci piace, la troviamo un grande segno di civiltà, auspichiamo che aumenti, ma vorremmo sempre che cominciassero gli altri. Non ci piacciono gli inceneritori, figuriamoci le discariche, specialmente quelle che vengono fatte vicino a casa nostra e non ci curiamo che ci siano paesi del mondo in cui arrivano tutti i nostri rifiuti.

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Noi giustamente ci indigniamo per quello che avviene nella Terra dei fuochi, dove le industrie del nord hanno portato i loro rifiuti, spesso tossici, facendo un accordo con la camorra. Ma ci sono paesi in cui questa è la regola. Uno degli asset – come dicono quelli che parlano bene – dell’India è proprio il mercato dei rifiuti. Il governo di quel paese ha deciso di eliminare ogni regola e di liberalizzare le importazioni di rifiuti. Questo crea danni all’ambiente e alla salute di chi lavora? Probabilmente, ma quello che avviene là a noi non interessa troppo, questa forma estrema di riciclaggio ci permette di avere oggetti a prezzi sempre più bassi, che quindi potremo buttare via prima, per comperarne dei nuovi. E così via

Saramago, in suo celebre romanzo, La zattera di pietra, immagina che la penisola iberica si stacchi dall’Europa e si metta a navigare per l’oceano: fantasie di un poeta.

Nell’oceano Pacifico da diversi anni si trova il cosiddetto Pacific trash vortex, noto anche come Great Pacific garbage patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico: un accumulo galleggiante, formato prevalemtemente di plastica, che “naviga” tra il 135° e il 155° meridiano ovest e tra il 35° e il 42° parallelo nord. Secondo alcune stime quest’isola avrebbe un’estensione di 700mila kmq – ossia sarebbe più grande della penisola iberica – per un totale di 3 milioni di tonnellate di plastica. Ma ci sono scienziati che danno numeri ben più preoccupanti, perché non è facile misurarla.

L’accumulo di rifiuti in quella zona è cominciato a partire dagli anni ’50, per effetto di una corrente oceanica che provoca un movimento a spirale in senso orario, che fa sì che i rifiuti tendano ad aggreggarsi. Naturalmente la corrente era presente ben prima degli anni ’50 e probabilmente c’erano anche prima dei rifiuti, ma solo dalla metà del secolo scorso esiste la plastica, che non è biodegrabile e continua a galleggiare sull’oceano. I rifiuti arrivano per l’80% dalla terraferma, ossia dalla costa occidentale dell’America del nord e dalle coste orientali dell’Asia e per la restante parte dai rifiuti delle navi e delle piattaforme petrolifere e dalla perdita di container.

La “fortuna” del Pacific trash vortex è quella di essere abbastanza lontano dalla terraferma perché nessun governo se ne preoccupi troppo e così può continuare a navigare indisturbato.

Ovviamente è giusto fare la raccolta differenziata, è necessario riciclare, è doveroso trovare dei modi di raccolta e distruzione dei rifiuti che siano il più possibile compatibili con l’ambiente, affinché le nostre città non facciano la fine di Leonia, come racconta Italo Calvino nelle Città invisibili, travolta dai suoi stessi, incombenti, rifiuti. Ma dovremmo anche cominciare a fare meno rifiuti, a gettare via meno, e su questo mi pare che il lavoro sia tutto da cominciare.

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One thought on “Verba volant / Rifiuto

  1. Il rifiuto è quello che rimane di un consumo; il consumo è la conseguenza della vendita; la vendita è lo scopo della produzione; la produzione è il frutto del lavoro; il lavoro è funzionale, oltre che alla sopravvivenza dei lavoratori, alla volontà di lucro dei capitalisti; la volontà di lucro dei capitalisti deriva da una serie di pulsioni basiche dell’animo umano, quelle stesse pulsioni che hanno causato l’organizzarsi delle modalità di lavoro/produzione/consumo/smaltimento attuali, così poco “democratiche”, “sostenibili” ed “eco-compatibili”.
    Limitarsi a dire che si dovrebbero fare meno rifiuti, o che li si dovrebbe riciclare di più, è un qualcosa avulso da un contesto, e quindi “astratto”.

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