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Latte, sost. m.

Come credo di aver già raccontato, questa bevanda a me è particolarmente cara, anche se devo confessare che non ne sono un gran consumatore. Comunque sia uno come me, nato e cresciuto a Granarolo, con la madre che ha lavorato in una latteria e il padre che è stato uno dei primissimi autisti del Consorzio Bolognese Produttori Latte (che diventerà negli anni la Granarolo), insomma uno che alla Lola dà del tu, quando si parla di latte non può non intervenire. Potrei raccontare – mio padre lo ricorda spesso – quando nel suo camion, un Leoncino Fiat, invece di scriverci 4 ci scrissero 14, con una rudimentale, ma efficace, strategia di marketing o potrei parlare della crisi della logistica che ha portato alle contestazioni dei facchini delle scorse settimane, ma temo di andare troppo fuori dal seminato.

Il latte è sostanza vitale e sacra, e non è un caso che in gran parte delle lingue indoeuropee i nomi che lo indicano derivino dalla stessa radice greca gal.

latte

Per i bolognesi e per i lettori più fedeli di Laboratorio politica Bologna immagino non serva chiarire perché ho scelto di scrivere questa definizione. Per i non bolognesi occorre invece dare qualche informazione in più. Nell’ambito di La scienza in piazza, una bella iniziativa che ogni anno viene realizzata dalla Fondazione Marino Golinelli nella città felsinea, è stata presentata un’installazione con il video, intitolato Head, dell’artista statunitense Cheryl Donegan; nel video si vede un contenitore verde da cui esce uno zampillo di latte e la testa di una donna che “gioca” con il liquido, fino a simulare una sorta di fellatio.

In questo post ciascuno di voi può guardare il video – dura solo tre minuti – quindi può farsi un’idea, anche al di là della posizione molto chiara di Antonella Cardone, che giustamente se la prende con i censori, che peraltro sono quello che sono – non li cito per non fare loro eccessiva pubblicità – ma chi di voi ha qualche dimestichezza con la politica bolognese sa bene che “non arrivano all’asse del pane“.

Secondo i curatori della mostra questo video “rappresenta il legame fra le memorie dell’infanzia e la prima sensazione di piacere associata al nutrimento, metafora del sacro e santo rapporto fra madre e figlio che passa attraverso un gesto innocente”, invece per alcuni consiglieri comunali già citati – del Pd e quindi della maggioranza e di Forza Italia e quindi dell’opposizione – si tratta di un’inutile volgarità. Non ho esattamente capito se il video è poi stato utilizzato e mostrato, ma ormai, a questo punto, la cosa in sé non è neppure troppo significativa. I consiglieri cattolicissimi sono riusciti a far sì che questo video sia stato visto e commentato da molte più persone di quante avrebbero mai visitato la mostra. A ulteriore dimostrazione della loro scarsa perspicacia.

Nella scheda della mostra è scritto che “tra l’ironia ed erotismo, nel video di Donegan, l’atto necessario del nutrirsi si trasforma in eccitante, divertente e gustoso, un gioco in grado di coinvolgere tutti i sensi“. Al di là della grammatica zoppicante di questa frase – ecco una cosa davvero diseducativa per i bambini frequentanti la mostra – francamente devo dire che a me il video non è piaciuto e che non colgo né l’ironia né l’erotismo, figuriamoci tutti gli altri significativi antropologici suggeriti in questi giorni. E’ un video brutto, che non lascia nulla a chi lo guarda e che temo sia stato realizzato soprattutto per stupire e per creare polemiche. Oggettivamente ha raggiunto questo suo scopo, ma nulla di più. Io sarò anche un po’ rozzo – d’altra parte ho fatto le scuole in campagna – ma penso che se un’opera d’arte, per essere giudicata bella, debba essere spiegata e rispiegata, allora tanto bella non sia.

L’arte si deve misurare secondo il criterio della bellezza, criterio che, per me, solo apparentemente è soggettivo. O meglio è soggettivo nel presente: a me adesso questo video non piace, mentre a voi adesso piace e abbiamo ragione tutti. Ma, visto che il tempo è galantuomo, tra qualche secolo rimarranno le cose belle e rimarranno, anche se per fortuna saranno un po’ meno, le cose brutte. Se ci pensate, è avvenuto lo stesso anche con le opere d’arte arrivate dai secoli passati: sono rimaste quelle belle, che continuano a essere belle, anche se magari ai critici del loro tempo non erano piaciute, e sono rimaste, un po’ meno, quelle brutte o meno belle, che hanno un interesse storico, archeologico e antiquario, e diventano magari l’oggetto dei più iperbolici televenditori, ma continuano a essere brutte. Però quello che è bello davvero resterà tale e verrà fuori, quello che è brutto non è destinato a migliorare. Per questo credo che la bellezza sia oggettiva, nel tempo.

Sono convinto quindi che il video della Donegan rientri tra le cose brutte, destinate a rimanere tali, come molta dell’arte contemporanea; naturalmente se, tra trecento anni, sarà ritenuto bellissimo, mi sarò sbagliato; per allora sarò morto e dubito che qualcuno leggerà ancora queste note. Se lo farà è autorizzato fin d’ora a considerarmi un imbecille.

La censura in campo artistico non funziona, spero se ne rendano conto anche i critici più zelanti, anche se ovviamente penso che non lo capiranno mai i consiglieri comunali protagonisti della vicenda, ma – come ho detto – nel loro caso la natura è stata matrigna.

Trovo che negli stessi giorni la città sia stata offesa molto di più che da questo video – che tutt’al più potrebbe insegnare ai bambini nuovi modi per sporcare le cucine delle proprie case – dall’ennesima archiviazione di un processo per una persona accusata di aver partecipato alla strage del 2 agosto 1980. La mancanza della verità è qualcosa che ci offende tutti, qui ed ora.

A proposito di latte, voglio fare una mia piccola proposta, che prende spunto – anche in questo caso – dai miei ricordi. Ritengo infatti sia molto più utile, educativo e salutare quello che succedeva a me e ai miei compagni quando andavamo alla scuola elementare, diversi anni fa ovviamente. Non ci è mai stato mostrato un video come quello della Donegan – immagino la faccia della mia maestra – ma venivamo ogni anno portati a vedere una stalla: in questo modo per noi allora era piuttosto chiaro che il latte veniva da una mucca e non dal bancone del supermercato. Mi piacerebbe che anche i bambini di oggi fossero portati in una stalla. E soprattutto ogni giorno, a merenda, ci veniva dato il bicchiere di latte. Sinceramente non so se quel latte era compreso nel servizio della mensa o se veniva offerto dalla nota azienda di cui sopra ai bambini del Comune in cui era nata e cresciuta, comunque era una sana iniziativa, che ci “costringeva” ogni giorno a bere un bicchiere di latte, senza rovesciarlo, a differenza di quello che fa la donna del video. Adesso, nel tempo in cui i genitori devono pagarsi anche la carta igienica, alla nota azienda magari si chiederebbe un’altro tipo di sponsorizzazione, ma allora funzionava così.

Forse un po’ più di latte vero ci farebbe bene, a tutti.

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2 thoughts on “Verba volant / Latte

  1. Pingback: Verba volant / Provocare | Lpb LaboratorioPoliticaBologna

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