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Voyager 1
di Gabriele Testi

La voce di un ex gerarca nazista destinata a viaggiare per l’eternità nello spazio siderale, il tutto grazie a un progetto scientifico dal significato oggi anche simbolico, proprio nella misura in cui a capo di esso vi era ironicamente un uomo di colore. I paradossi della storia – se si ammette la loro osservazione disincantata – propongono a volte curiosità e accadimenti che nemmeno la fantasia più fervida e l’immaginazione più estrema sarebbero in grado di tradurre in realtà. Non parliamo di cinema, naturalmente, della divertente commedia “Fascisti su Marte”, firmata da Corrado Guzzanti nel 2006, o della più recente pellicola indipendente “Iron Sky”, diretta dal regista finlandese Timo Vuorensola e presentata al Festival di Berlino del 2012, ma di una vicenda più che reale.

La memoria deve correre per forza di cose alla straordinaria e affascinante epopea delle sonde Voyager II e Voyager I, lanciate rispettivamente in orbita il 20 agosto e il 5 settembre 1977 da Cape Canaveral per indagare da vicino i pianeti più imperscrutabili del sistema solare e per inoltrarsi nello spazio interstellare, oltre il confine dell’eliopausa.

Viaggianti a circa 17 chilometri al secondo, le due Voyager sono gli oggetti costruiti dall’uomo che più si sono allontanati dal pianeta Terra: il 17 febbraio 1998, alle 2:10 del mattino, la prima delle sonde superò infatti la distanza eliocentrica radiale della missione Pioneer 10, inaugurata nel 1972 e oggi in fuga verso la remota stella Aldebaran dopo aver visitato e studiato Giove e Nettuno. E il 6 marzo scorso la “II” ha raggiunto l’eliopausa, dove il vento solare è intenso, compresso e turbolento a causa della sua interazione con lo spazio interstellare, e toccato i 13.400 giorni di “volo” nel cosmo infinito e allo stesso tempo, ovviamente, di funzionamento al servizio della conoscenza umana.

La coppia di “esploratori” continuerà a dialogare con noi sino al 2025, dopodiché cesserà l’energia della pila atomica che alimenta gli strumenti di misura e il sistema di comunicazione radio, i quali ancora “resistono” a oltre 21 miliardi di chilometri dal sole, interagendo con gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena e impiegando 12,8 ore per inoltrare un segnale dallo spazio infinito alla Terra.

Ben consapevoli di ciò, lo scrittore e astrofisico Carl Sagan e il progettista Edward Stone ottennero immediatamente dalla NASA il placet per inserire all’interno delle sonde spaziali l’ormai celebre “Golden Record”, un disco d’oro per fonografo da 12 pollici che riproduce, insieme con altri ausili, la vita e la cultura del nostro mondo.

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Oltre a informazioni sulle peculiarità fisiche, animali e vegetali del pianeta, a brani musicali, rumori e a 115 immagini, tutti destinati all’ipotetica civiltà extraterrestre che le Voyager dovessero rinvenire in futuro (fra settantacinquemila anni raggiungeranno la stella più vicina), in viaggio nell’universo ci sono anche… saluti audio formulati in una cinquantina di lingue terrestri, compreso l’italiano: dall’idioma accadico degli antichi sumeri all’attuale dialetto cinese dell’etnia Wu. E vi sono anche i discorsi del Presidente degli Stati Uniti d’America, allora Richard Nixon, e del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Però Kurt Waldheim, che “regnò” sull’ONU per due mandati consecutivi dal 1972 al 1981 e morì a Vienna il 14 giugno 2007, scomparve accompagnato dalle polemiche per le successive accuse di crimini di guerra che gli vennero formulate in ragione di un fosco passato nella Wehrmacht in Francia, nei Balcani e sul fronte orientale, peraltro mai espiati con una condanna.

La sua voce, destinata a far conoscere suoni e colori della Terra ad altre forme evolute di vita, fu inserita senza remore all’epoca nel “Golden Record”, ma sino al 29 ottobre 2010 e per l’ultima, difficile dozzina d’anni ne risultò “responsabile” a terra Ed Massey, il general manager (nero afroamericano) della Voyager Interstellar Mission.

Hans_Herbert_Macholz,_Kurt_Waldheim,_Escola_Roncagli,_and_Artur_Phleps_in_Podgorica,_Yugoslavia,_1943

Né Waldheim né Massey, cioè carnefici e vittime del nostro passato recente, avrebbero forse mai immaginato un simile intreccio di coincidenze, che li avrebbe “avvicinati” nel réclamizzare le presunte virtù dell’homo sapiens sapiens a esseri che potrebbero popolare altre galassie e per inviare loro un messaggio di speranza e di pace universale. Le due sonde portano dunque con sé, anche dopo il subentro di Suzanne Dodd al vertice della missione NASA, un paradosso e una contraddizione della nostra storia, pur senza rammentare esplicitamente né la guerra “dell’uomo all’uomo” praticata dal nazismo, né la separazione “dell’uomo dall’uomo” affermata dalle segregazioni razziali statunitense, indiana e sudafricana.

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Ma una domanda si impone. Le civiltà aliene che dovessero ascoltare e interpretare fra qualche millennio il “Golden Record” imbarcato sulla Voyager I e la Voyager II saranno così intelligenti da intuire, al di là dei contenuti politicamente corretti ed eminentemente didascalici del disco aureo approntato dalla NASA trentasette anni or sono, la vera storia di odio e di aggressività che finora è stata la cifra distintiva della specie umana?

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