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Sciacallo, sost. m.

Lo sciacallo è un animale che gode indubbiamente di una cattiva fama, peraltro condivisa con gli altri animali che sono soliti cibarsi di carogne.

Questa parola italiana deriva da quella francese chacal, a sua volta derivata da quella turca ciaqal. Si tratta comunque di una parola molto antica che risale, attraverso il persiano shagāl, al sanscrito antico. Già queste brevi note etimologiche dimostrano quanto sia antico il rapporto tra l’uomo e lo sciacallo. Gli sciacalli sono diffusi soprattutto in Africa, in un’area che va dalle coste mediterranee fino alla savane subsahariane. Lo sciacallo dorato, probabilmente la specie più diffusa di questo carnivoro, è presente anche in diverse zone del Vicino e Medio Oriente, fino all’Europa orientale; in pratica lo sciacallo è diffuso in quella vasta area, dalla Mesopotamia al corso del Nilo, conosciuta come mezzaluna fertile, in cui è nata la nostra civiltà. Già questo ci dovrebbe far rispettare di più questo antico animale.

Nell’antico Egitto, proprio a causa del rapporto dello sciacallo con la morte, questo animale era considerato in qualche modo sacro. Immagino che tutti avrete visto una qualche rappresentazione del dio Anubi: la testa nera di uno sciacallo dalle lunghe orecchie su un corpo umano. Anubi era per gli antichi egizi il signore della morte e dell’oltretomba, il protettore delle necropoli, per cui veniva anche chiamato Il Signore degli Occidentali. La sua testa era nera perché questo colore indicava sia la putrefazione dei corpi sia il bitume impiegato nelle pratiche di mummificazione; ma il nero è anche il colore del limo, ossia dell’elemento che rendeva fertile la valle del Nilo ed era simbolo di rinascita. Inoltre Anubi, il dio dalla testa di sciacallo, era considerato figlio di Osiride e di Nefti, gli dei dell’oltretomba, ma anche rispettivamente dell’agricoltura e dei parti, perché vita e morte sono sempre e comunque solidamente intrecciate.

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Bisogna ricordare che la tradizione di personaggi mitologici con la testa di cane è presente in tante altre culture antiche, compresa quella cristiana. San Cristoforo cinocefalo, uomo con la testa di cane, presenta diversi caratteri comuni con il dio egizio: san Cristoforo traghetta Gesù bambino, portandolo sulle spalle, così come Anubi “traghetta” le anime fra il regno dei vivi a quello dei morti.

Per tornare alle notizie di carattere etologico, occorre ricordare che tutte le specie di sciacallo hanno denti robusti, con lunghi canini, e zampe lunghe e affusolate che li rendono buoni corridori, capaci di mantenere un’andatura costante, fino ai 16 km/h, per un lungo periodo di tempo. Gli sciacalli sono carnivori, predatori di uccelli e di piccoli animali e, soprattutto, mangiatori di carogne, come le iene e gli avvoltoi, svolgono quindi un insostituibile servizio per il mantenimento dell’ecosistema. Sono animali notturni, attivi prevalentemente all’alba e al tramonto. E sono rigorosamente monogami, non essendo abituati a vivere in branco. Una coppia di sciacalli occupa un territorio sufficientemente grande per sfamare se stessi e i propri cuccioli, fino a quando questi sono abbastanza grandi da andarsene per occupare loro stessi un nuovo territorio. E il rapporto tra uomo e sciacallo continua, visto che in Africa questi animali vivono sempre più spesso attorno alle nostre discariche di rifiuti

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In questi giorni questa parola viene usata di frequente, ovviamente nel suo significato figurato, perché lo sciacallo è chi approfitta delle disgrazie degli altri, in particolare per rubare. Chi, in occasione di cataclismi o di eventi bellici, saccheggia case e luoghi abbandonati, deruba cadaveri o persone indifese, è certamente da condannare. Esiste anche una forma più sottile di sciacallaggio, non ancora introdotta nei vocabolari. Pensate al politico che, appena avuta notizia di una disgrazia, arriva sul posto per farsi riprendere, giusto in tempo per i telegiornali di prima serata: in fondo è uno sciacallo anche quello.

Il nostro beneamato presidente del consiglio, peraltro piuttosto abile a essere nel posto giusto al momento giusto, ossia quando si accende la luce rossa della telecamera, ha elevato lo sciacallo a categoria politica: da una parte ci sono lui, i suoi servi e i suoi corifei, e dall’altra ci sono gufi e sciacalli, in sostanza tutti quelli che non lo considerano il più bravo e il più moderno, anche quelli che si permettono soltanto di avere qualche dubbio. Per Renzi – il primo leader davvero post-ideologico e davvero post-novecentesco – non esiste più la differenza tra destra e sinistra, ma solo quella tra lui e quelli che non sono d’accordo con lui. Io, nel mio piccolo, mi iscrivo a questo secondo partito.

E quindi viva i gufi e gli sciacalli.

Finisco questa definizione con un piccolo racconto di Antonio Gramsci, intitolato Perché uno sciacallo fu fatto re.

Nella giungla si erano uniti in clan, per poter cacciare con più profitto e meno pericolo, e babbuini e lupi e leopardi ed altre bestie di vario pelo e colore. Tra di loro però si era intrufolato un piccolo sciacallo che mangiava i rifiuti e spolpava le ossa dei succulenti banchetti. Era sopportato perché nella giungla lo sciacallo è temuto da tutti come diffusore di idrofobia e di malattie infettive, ma l’irritazione e il malcontento era grande e tutti del “clan” avrebbero benedetto la buona occasione che li avesse liberati dal poco piacevole socio.
Fu una scimmietta molto accorta e giudiziosa che trovò la via di scampo: “Perché non lo facciamo nostro re? – propose in una privata assemblea da lei appositamente convocata – lo potremmo così collocare nella sua nicchietta, ben pasciuto e immunizzato dalla sua stessa autorità, e noi non avremmo più a soffrire del contatto da pari a pari con chi ci fa continuamente rabbrividire e drizzare il pelo. Potrà fare collezione di tutti i cocci colorati e le cartine inargentate che troveremo nelle nostre incursioni, di cui gli faremo doveroso omaggio, e così saremo tranquilli”.

Sapete quale era il titolo originario di questo apologo? ‘L sindich.

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