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Sposa, sost. f.

Meriam Yehya Ibrahim è una donna di 26 anni, nata e cresciuta nel Sudan. Non sappiamo molto di lei: laureata in medicina, è sposata con un suo connazionale, ha un figlio di 20 mesi ed è incinta all’ottavo mese; vive, insieme alla sua famiglia, in una fattoria a sud di Khartum. Di lei abbiamo visto soltanto una foto del matrimonio, piuttosto formale, lui seduto in giacca e cravatta e lei in piedi con un abito bianco – un abito da sposa, come si dice – piuttosto tradizionale, almeno secondo la moda europea; probabilmente in Africa alla sposa sarà sembrato un abito stravagante, qualcosa per rendere ancora più indimenticabile un giorno così importante.

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Sarà l’effetto dell’immagine, piuttosto sgranata, o quello della posa e dei vestiti: potrebbe sembrare la foto del matrimonio di vent’anni fa di un qualche nostro parente e non il recentissimo ricordo di due giovani sposi. Questa foto, che avrebbe dovuto rimanere nell’album di Meriam, tra le sue “buone cose di pessimo gusto”, è diventata una prova nel processo contro la donna, perché il marito è un cristiano e lei, secondo la famiglia di suo padre, sarebbe di religione musulmana. Il padre di Meriam lasciò la moglie, cristiana ortodossa di origine etiope, quando la bambina era ancora piccola e quindi Meriam dice di essere anche lei cristiana, essendo stata cresciuta ed educata soltanto dalla madre.

I giudici di Khartoum hanno creduto alla famiglia del padre e non alla sposa, quindi lei è in carcere dal febbraio di quest’anno – insieme al primo figlio – con l’accusa di apostasia, ossia di aver tradito la fede islamica, e con quella di adulterio, perché il suo matrimonio sarebbe irregolare e quindi non riconosciuto dalla legge di quel paese, in cui sono particolarmente stringenti i vincoli imposti dalla sharia. Meriam è stata condannata all’impaccagione, anche se per ora la pena è sospesa, visto che la donna è incinta, e grazie anche alla mobilitazione internazionale che c’è stata – fortunatamente – intorno alla vicenda. E che speriamo continui.

Sposa deriva da sponsa, il participio passato del verbo latino spondere, che significa propriamente promettere ufficialmente come fidanzata. Presso gli antichi Romani una ragazza era detta sperata, quando era semplicemente corteggiata, pacta dopo che lo spasimante l’aveva chiesta in sposa in maniera ufficiale e rituale, sponsa quando c’era stato l’effettivo scambio della promessa tra i due, davanti ai familiari, e infine nupta, a nozze avvenute. Curiosa quindi la storia etimologica di questa parola, che nasce come termine femminile ed è passata poi a indicare sia l’uomo che la donna che decidono di contrarre questo reciproco impegno.

In un vocabolario semiserio – anche se alcuni lettori lo prendono troppo sul serio – come Verba volant, non posso non citare l’uso che in Emilia facciamo di questa parola: una sposa – pronunciata con la nostra caratteristica esse alveolare – è una bella donna, giovane – ma non giovanissimaformosa e piacente, insomma la donna in fiore, nell’acme della sua bellezza, un attimo prima di avere il più classico dei culi da sposa.

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Per tornare alla sposa promessa, come direbbe il nostro don Lisander, tra gli antichi la donna era sostanzialmente un soggetto passivo di questo contratto, che veniva stipulato sempre tra uomini, spesso i padri dei due giovani, che si ritrovavano quindi sposi, ossia impegnati, senza alcuna loro partecipazione attiva. Purtroppo in molte parti del mondo questa è ancora la regola ed è qualcosa contro cui dobbiamo lottare, prima di tutto noi uomini. Non possiamo lasciare sole le donne in questa fondamentale battaglia di civiltà.

Naturalmente io spero che gli avvocati di Meriam riescano a dimostrare che la ragazza non è mai stata musulmana: la cosa importante, a questo punto, è che non venga uccisa e possa tornare libera a fianco del marito e dei figli. Al di là della sorte della giovane sudanese, una sentenza di questo genere, per quanto auspicabile, sarebbe comunque una sconfitta: Meriam – come ogni altra donna – dovrebbe essere libera di sposare chi vuole, qualunque sia la sua razza e la sua religione. In questo processo la vera vittoria sarebbe quella di riconoscere il diritto di Meriam di sposare semplicemente l’uomo che ha scelto. Come ho detto, adesso l’obiettivo primario è la vita di Meriam e quindi va bene andare avanti così, ma dobbiamo continuare la battaglia affinché il matrimonio, in ogni paese dal mondo, sia un istituto libero, in cui i due sposi siano gli unici responsabili dell’impegno che stanno per contrarre.

Come sa chi è sposato, si tratta di un impegno serio, che richiede a volte sacrifici, sempre dedizione, ed è per questo che deve essere accompagnato dall’amore e dal rispetto. Come sapete, io sono un così strenuo difensore del matrimonio da voler concedere questo diritto anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso; su questo punto sono pronto a sfidare Giovanardi su chi sia il più accanito difensore della famiglia, certo di riuscire a vincere.

C’è però nella storia di Meriam qualcosa di più. Se la giovane avesse accettato di rinunciare alla sua fede, anche solo esteriormente, la sua vita sarebbe già salva. Meriam non l’ha fatto e questa scelta le fa onore. La storia della giovane sudanese richiede a ciascuno di noi non solo di impegnarci, con ogni sforzo possibile, affinché sia impedita un’ingiustizia e siano rispettati i diritti e la dignità di ogni essere umano, in qualunque parte del mondo, ma ci chiede anche di accettare e di riconoscere questa sua testimonianza di fede e di amore.

So che qualcuno può credere che in questa vicenda si confrontino due forme di integralismo e in un certo senso questo rischio c’è. Per questa ragione c’è bisogno di quelle regole, laiche e universali, che troppe volte la stessa religione cattolica non ha voluto accettare, in nome della superiorità della propria dottrina. Quando le persone che hanno una fede, qualunque essa sia, capiranno che i diritti dell’uomo non sono qualcosa che va contro le religioni, ma anzi un elemento fondamentale per tutelare chi crede, avremo fatto un passo avanti, tutti, credenti e non credenti.

Anche a difesa delle spose e delle donne che rifiutano un matrimonio che non vogliono.

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One thought on “Verba volant / Sposa

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