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Vincolo, sost. m.

La parola latina vinculum deriva da verbo vincire, che significa legare, avvolgere; troviamo la stessa radice nel verbo vincere, dal momento che il vinto non è altri che il nemico catturato e condotto in catene. Il vincolo è quindi letteralmente un legame, una catena. Gli appassionati d’arte ricordano sicuramente che il Mosè di Michelangelo è collocato nella tomba di papa Giulio II nella basilica romana di san Pietro in Vincoli, che ha questo nome perché custodiva le catene con cui era stato legato il primo degli apostoli nel carcere Mamertino.

In italiano si è ormai perso il significato letterale di catena e la parola viene usata in senso figurato, ad esempio nell’espressione vincolo matrimoniale. So che qualcuno sostiene che anche in questo caso si tratti di una forma di prigionia, ma non è questo di cui mi voglio occupare in questa definizione.

Come noto, la nostra Costituzione, nell’art. 67 recita:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Si tratta di un principio fondamentale della democrazia rappresentativa, definito già nella seconda metà del Settecento, prima della Rivoluzione francese. Il politico di origini irlandesi Edmund Burke, il Cicerone britannico, nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto il 3 novembre 1774, difese il suo diritto ad agire secondo le proprie convinzioni e non esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori:

Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale.

La prima formulazione di legge di questo principio la si trova, pochi anni dopo, nella Costituzione francese del 1791.

Su questo tema si esercita spesso l’ipocrisia della classe politica e dei commentatori, più o meno prezzolati, più o meno faziosi, dei grandi giornali. In genere siamo favorevoli a questo principio quando lo esercitano i parlamentari degli altri partiti, e ne diventiamo addirittura fieri difensori quando questi stessi parlamentari votano in difformità al loro gruppo per sostenere le nostre posizioni. Siamo più freddi quando lo stesso principio è esercitato da uno del nostro gruppo e vi vorremmo porre dei limiti quando il voto difforme di uno del nostro gruppo finisce per favorire lo schieramento avversario.

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Per fare un esempio di questa ipocrisia basta guardare al Partito Democratico, i cui esponenti si distinguono per questa preclara virtù democristiana. Quando un parlamentare del Movimento Cinque stelle decide di votare in modo diverso da quello che viene deciso e imposto da Grillo e dal suo guru cappelluto, Zanda – così, per fare un nome a caso – diventa un paladino dell’art. 67 della Costituzione, sarebbe capace di rinunciare perfino al suo mattutino cornetto con la crema, pur di difendere il diritto di quei parlamentari di esprimere liberamente le loro opinioni. Se però è un “suo” senatore a voler votare in maniera diversa da quello deciso da Renzi allora la situazione appare da tutt’altra prospettiva e Zanda assume quell’aria truce da capufficio del catasto ed è perfino capace di espellerlo dal gruppo.

In merito ai fatti degli ultimi giorni, io non sono tra quelli che si sono scandalizzati, perché che Renzi avesse una concezione autoritaria del proprio ruolo e un’idea padronale del partito lo dicevo da tempo; e non ho neppure partecipato alla solidarietà per Mineo e per gli altri senatori dissenzienti. Anzi penso che se lo meritino: raccolgono semplicemente quello che hanno seminato. Hanno accettato di fare lo specchietto per le allodole per gli elettori di sinistra e adesso si ritrovano in quel partito lì: io spero che Mineo, Civati e gli altri si vergognino almeno un po’, se sanno cosa questo significhi.

Personalmente ho passato diversi anni in consiglio comunale e, per quanto mi posso ricordare, ho sempre votato come il resto del mio gruppo, anche se a volte non ero del tutto convinto di alcune di quelle scelte. In quelle occasioni avevo provato a esprimere i miei dubbi, ma poi mi sono fidato della maggioranza o di chi aveva più esperienza di me; e in genere ho fatto bene. Ammetto che, per fortuna, non mi sono mai successi casi in cui ho dovuto scegliere in maniera così drammatica tra una mia convinzione personale e quello che aveva deciso il mio partito. Vorrei dire che avrei sicuramente votato secondo la mia coscienza, seguendo solo le mie idee, ma mi sembra adesso un’inutile vanteria, probabilmente non vera.

Capisco che non sia facile trovare un corretto equilibrio tra la libertà di esprimere, sempre e comunque, le proprie idee e il dovere di rappresentare le persone che ti hanno eletto, che ti hanno dato fiducia, che si aspettano che tu difenda i loro interessi, che ti faccia portavoce dei loro bisogni, che cerchi di realizzare le cose che ti eri impegnato a fare. La ricerca di questo difficile equilibrio è una delle cose per cui servono i partiti, quando funzionano bene. Il Pci aveva inventato il tanto vituperato centralismo democratico, che ti impegnava a votare sempre come aveva deciso la maggioranza, ma ti offriva le sedi per esprimere le tue posizioni di minoranza. Credo sia un sistema efficace, a patto ovviamente che il partito funzioni, che abbia un suo gruppo dirigente allargato, che sia articolato sul territorio, anche con le sue inevitabili lentezze; se invece il partito è il comitato elettorale del capo di turno – che si chiami Renzi o Berlusconi poco importa, perché è identica l’idea di partito che hanno i due – l’unica possibilità è quella di essere fedele al capo.

In Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India le costituzioni, seppur con sfumature diverse, prevedono che il parlamentare decada quando si dimette dal gruppo parlamentare in cui è stato eletto e se vota in maniera difforme. Come potete immaginare una soluzione che renderebbe la vita molto più facile al truce Zanda e al tenero Speranza.

Spero che, nonostante Renzi e la sua scarsa attitudine alla democrazia, in Italia venga mantenuto il principio costituzionale per cui ogni parlamentare agisce senza vincolo di mandato. Anche se questo principio viene usato così male.

 

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