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Stereotipo, sost. m.

Ecco una parola apparentemente difficile, che viene dal francese stéréotype; il termine è un composto di stéréo, forma compositiva dell’aggettivo greco stereós, che significa solido, rigido, e di type, che significa appunto tipo. Si tratta di un modello convenzionale di atteggiamento o di discorso; e infatti si dice ragionare per stereotipi. Lo stereotipo è un’opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda su una valutazione personale e critica dei singoli casi, ma che viene ripetuta meccanicamente.

Troppo spesso a ciascuno di noi capita di giudicare per stereotipi e naturalmente ci arrabbiamo moltissimo quando qualcun altro giudica noi in questo modo. Purtroppo ci sono stereotipi e pregiudizi duri a morire. Sugli italiani sono moltissimi, alimentati soprattutto da noi, dal nostro convinto campanilismo e da un sotteso razzismo verso gli altri: tutti i genovesi sarebbero tirchi, tutti i napoletani fannulloni, tutti i milanesi sgobboni e così via, in caricature che in qualche modo affondano nella commedia dell’arte e, in alcune casi, sono anche più antiche. Ma siccome una bugia ripetuta molte volte viene alla fine considerata una verità – come sa bene Matteo Renzi – queste maschere sono diventati stereotipi. Per questo credo che ciascuno debba fare il possibile per non ragionare attraverso questi comodi cliché, ma debba anche fare in modo di non alimentarli.

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Uno stereotipo ben radicato all’estero è che gli italiani siano maleducati, caciaroni, casinisti. Certo si tratta di un pregiudizio, però provate ad andare fuori dall’Italia, anche solo per qualche giorno. Qui nel nostro paese ormai siamo abituati, siamo come assuefatti alla maleducazione dei nostri connazionali, ma quando usciamo dai confini ci riconosciamo subito, e ci facciamo riconoscere. E devo dire che può dare anche molto fastidio.

Come ho raccontato in un’altra definizione io e Zaira siamo stati qualche giorno in Francia. La prima volta che ci siamo messi a sedere sotto le palme di Mentone abbiamo immediatamente capito chi era italiano e chi no. Ci sono volute alcune ore per individuare le nazionalità delle altre famiglie con cui eravamo abbastanza vicini da sentirne le voci, ma è bastato un minuto per riconoscere gli italiani e in pochi minuti abbiamo potuto sapere tutto, ma proprio tutto, sui loro legami di parentela, su quello che avevano mangiato la sera prima, sulle loro malattie e i relativi medicinali, perfino sui problemi condominiali di una signora che si era portata in spiaggia la lettera dell’amministratore con i calcoli della ripartizione delle spese dei lavori di sistemazione del tetto.

Credo sia utile sfatare due stereotipi molto diffusi: questi italiani maleducati e rumorosi non erano né giovani né del sud, ma erano anziani piemontesi. Poi naturalmente neppure io voglio generalizzare, immagino che la stragrande maggioranza degli anziani piemontesi siano persone educatissime e silenziose, anzi io ne ho conosciuti alcuni in cui queste caretteristiche erano assolutamente spiccate.

Vi riporto una conversazione illuminante di questi così frequenti tipi umani, che noi abbiamo dovuto – malgré nous – ascoltare. Uno si lamentava con i suoi compari perché l’auto gli stava dando qualche problema e quindi doveva portarla a riparare da un meccanico francese. E ne temeva il conto salato, perché un artigiano – a suo dire – fa pagare sempre di più a uno straniero in vacanza; ovviamente gli altri gli hanno dato rumorosamente ragione. No. Siete voi che fate così, siete voi bravi artigiani piemontesi – o emiliani o pugliesi o italiani – che fate così, che cercate di fregare gli altri e quindi pensate che gli altri vogliano fregare voi.

Perché per tutta la giornata – e in quelle successive – altri di nazionalità diverse hanno dovuto sopportare le loro storie stupide, i loro giudizi sommari, le loro futili banalità? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci questi fastidiosi e rumorosi vicini? Chiunque usi regolarmente i treni e i mezzi pubblici sa bene di cosa parlo, sa in che livello di maleducazione siamo immersi ogni giorno: voci inutilmente alte, telefonini che suonano in ogni situazione – funerali compresi – e tutte le cose a cui siamo purtroppo abituati.

Il nostro paese va come va non perché per vent’anni c’è stato Berlusconi, come pure molti continuano a dire, o perché per altri vent’anni ci sarà Renzi – come pochi dicono, perché il fiorentino è quello che adesso comanda ed è meglio tenerselo buono – ma perché ci sono quegli italiani lì, quegli anziani piemontesi che ci hanno torturato i cosiddetti con la loro maleducazione a Mentone, e molti altri troppo simili a loro, perché ci sono questi italiani – e sono ormai convinto che siano la maggioranza – profondamente egoisti, ipocriti, che non hanno alcun rispetto per gli altri, abituati a giudicare sempre e solo per stereotipi.

Italiani brava gente.

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