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“Non può finire cosi!”. Parole di rabbia e delusione quelle dette ieri sera da Romana Blasotti Pavesi, 85enne di Casale Monferrato che rappresenta il simbolo della lotta dei parenti delle vittime d’amianto. Così ha reagito alla sentenza della Cassazione, che ha dichiarato prescritto il reato di disastro ambientale. Quella signora minuta dall’accento piemontese è stata la prima vittima del “killer silenzioso”, perdendo il marito nel 1982 (non aveva nemmeno 50 anni), poi perde le sorelle, il nipote e la figlia, che non era mai entrata in quella fabbrica.  Cinque lutti familiari che non hanno fatto demordere questa donna nella lotta per avere giustizia, senza rancori ma solo voglia di voler far capire ai carnefici che la vita conta più dei profitti.

PrescrizioneCon questa motivazione la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna in Appello per il magnate svizzero Schmidheiny nel processo Eternit per disastro ambientale doloso. I giudici di terzo grado, con un colpo di spugna, hanno reso impunito l’industriale, comunque dichiarato colpevole di tre mila vittime,  e non hanno reso giustizia ai familiari e alle vittime dell’amianto. La beffa della sentenza si esplicita nella perdita dei risarcimenti per le famiglie e le comunità locali. Usciti dall’aula, teatro della vergogna italiana, i reduci e parenti delle vittime hanno urlato tutta la loro rabbia contro questa immensa ingiustizia, che sentono sui loro corpi e dei cari persi. Stamattina la cittadinanza di Casale Monferrato, paese di circa 30mila abitanti in provincia di Alessandria, si è stretta come un sol uomo e ha attraversato le strade, manifestando la loro collera per la sentenza, in un giorno di lutto cittadino.

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MOTIVAZIONI SENTENZA. I giudici ermellini della Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta del Pg Iacoviello, hanno annullato la condanna di Appello a 18 anni per disastro doloso al magnate svizzero perchè il reato è prescritto. Secondo la Corte, la prescrizione sarebbe caduta nel 2012, alla fine del primo grado di giudizio, perchè il disastro sarebbe cessato al momento della chiusura dello stabilimento Eternit nel 1986. Una tesi dottrinale e giurisprudenziale che si scontra con quella avanzata prima dal pm Guariniello poi confermata dalle sentenze di primo e secondo grado.  Stabilire che il disastro ambientale sia finito nel 1986, senza contare le decine di morti annue che tuttora subisce la popolazione (50 solo a Casale Monferrato), e il picco di morti che ci sarà nel 2020, secondo la stima dell’ex ministro della Salute Balduzzi. Senza dimenticare la forma di manifestazione del mesotelioma pleurico, causa principale delle migliaia di morti, che può avvenire anche 40anni dopo l’esposizione all’amianto. Una sentenza che, contrariamente alla tesi del Pg Iacoviello ( “il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”) immola e sacrifica il diritto alla salute, alladignità, al lavoro, alla vita, principi fondamentali dell’uomo, in nome dello “azzeccagarbuglismo” più sfrenato. Si poteva innovare la legislazione nazionale ed europea sul lavoro, sui diritti fondamentali dei lavoratori, poteva rappresentare un grande esempio di precedente e fare giurisprudenza in tutti gli altri numerosi casi italiani, poteva essere una “sentenza storica”.

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FAMILIARI E VITTIME DELL’AMIANTO. Ex operai, amici e parenti di vittime, malati di mesotelioma pleurico. Erano tutti li ieri in Piazza Cavour a Roma, davanti alla Corte di Cassazione. Sui loro volti, nelle loro parole si poteva capire la grande sete di giustizia che speravano arrivasse dai giudici di ultimo grado, la sofferenza, i ricordi dei familiari. Una giustizia aspettata da decenni, troppi anni nei quali sono rimaste inascoltate le denunce della popolazione di Casale Monferrato e degli altri stabilimenti Eternit come quello di Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli (Napoli) e Cavagnolo (Torino). Una speranza si vede nel 2009, con l’inizio del Processo Eternit a Torino, grazie alle indagini del pm Guariniello, che vede imputati i due manager della multinazionale, De Cartier e Schmideiny. Poi ci sono state le condanne in primo e secondo grado ( De Cartier è morto prima della sentenza di Appello, ndr), annullate dalla sentenza di ieri sera.

Ora più di ieri non bisogna lasciare sole quelle persone e famiglie colpite in prima persona dall’enorme ingiustizia, stringersi attorno a loro, far sentire la vicinanza, per dirgli che non sono soli, che si continuerà a lottare per i diritti dei lavoratori, che non sarà un colpo di spugna a far crollare questo movimento. Fino alla fine, fino all’ultimo respiro, contro ogni ingiustizia.

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